Archivio per la categoria ‘viaggi’

La Provinciale per la montagna è dormiente e contadina. Ha una sua curiosa regolarità: una curva a sinistra, un rettilineo, una curva a destra, un rettilineo, una curva a sinistra e così via per diversi chilometri. È piana. Non sali, non scendi ma ondeggi seguendo i confini dei campi imposti durante l’ultima riforma agraria, con i poderi tutti uguali dati dall’Opera Nazionale Combattenti. Di lato, i campi coltivati a grano, pomodori, vite: cose essenziali. Non c’è lusso qui, ma cocciniglia e ragno rosso, gramigna e papaveri fermati solo dal canaletto di scolo parallelo alla strada. Ė subito dopo il ponte sul torrente sempre secco e divorato dalle canne che succede qualcosa. Niente più rettilinei, niente più curvette. La regolarità si rassegna e cede alla montagna che comincia, violenta, con le cave a destra e a sinistra; la strada incerta si mantiene equidistante tra i limiti non segnati di quei precipizi. A destra e a sinistra. C’è da stare fermi, lì, perché se hai le vertigini il cuore ti sale in gola, cominci a sudare e ti chiedi perché stai vivendo proprio in quel posto.

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La foto è mia.

Su un lercio treno Intercity, il numero 705, in forte ritardo per il deragliamento a San Biagio di un convoglio merci carico di tronchi e tavolacci, due bambine cantano Mameli. Una delle due agita un ventaglio cinese. Glielo ha regalato Silvana: questo dice all’altra in una pausa di quell’esercizio canoro di indisturbato patriottismo. All’altra non importa: la invidia e basta. E così riprendono a cantare masticando caramelle molli alla frutta, si passano il ventaglio cinese e sventagliano, sventagliano, sventagliano. E vanno. Arriveranno in ritardo – a Taranto per la precisione – in compagnia dei fratelli d’Italia e dell’Italia che s’è desta un bel po’ di anni fa.
C’è una singolarità riguardo al viaggiare dei piccoli: fanno fatica a capire il mistero del ritardo. Al massimo si annoiano e questo prescinde dalla puntualità. Ma c’è anche un’altra particolarità nei bambini: ignorano del tutto quelle preoccupazioni che i grandi chiamano crisi economica, recessione, debito pubblico, crescita, sviluppo, inflazione, scadimento, decadenza e cose di questo genere. Queste parole, per loro rappresentano un mistero ancor più incomprensibile del ritardo dei treni.
Tutti gli altri no; tutti gli altri passeggeri del 705 conoscono bene gli effetti di quelle strane parole e ne sono preoccupati. Questo è un treno pieno di gente che torna a casa dal lavoro o per passare la fine della settimana in dimore meno provvisorie di quelle prese in affitto nella grande città, abitate solo per rinfrancarsi a sera. Sono lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse. Dormono o sono impegnati in faccende riservate come guardare il telefono, leggere un libro o un giornale, manovrare con un pc.
C’è la crisi. E c’è anche la décadence. Solo che la crisi si può superare pagando o, come dice l’autorità, facendo i sacrifici a volte pesantissimi e intollerabili. La decadenza no: non è così semplice trovare una soluzione. Perché è impalpabile, è una specie di tristezza, è una forma di povertà.
Le bambine nel treno cantano Mameli e non sanno perché. E continuano a ignorare il ritardo: il rallentamento diventerà solo un’aggravante della stanchezza una volta superata la città di Bari o poco dopo, oltre Gioia. Tutto il resto dell’umanità di questo vagone è inutilmente affaccendato. I treni, le navi, gli autobus e gli aerei portano a spasso la decadenza che gli uomini hanno addosso.
La decadenza è come questo treno. Fa puzza, fa nero sui gomiti. Le scarpe sui sedili, i poggiatesta fatti di grasso, il puzzo del wc trascurato, la carta igienica lasciata nel lavamano e gonfia di acqua non potabile, le lucette rosse e verdi dei quadri elettrici posti a presidio del passaggio tra un vagone e l’altro: segni di un regresso, di un disfacimento.
In questi treni ci si presenta già stanchi al mattino quando si è ancora fantasmi quieti dopo la notte. Ci si trascina con gli affanni dei giorni e senza niente tra le mani. Si impreca per il ritardo. Ma il ritardo è un gravame solo per chi lo avverte come tale. Eppure il treno va. Solo le due bimbe non sanno niente di tutto questo. Cantano Mameli e il loro mondo gira bene così com’è. È giusto così.
E noi adulti, ubriachi di cazzate e di problemi da affrontare e risolvere, non possiamo capire che il ritardo è solo l’effetto di un cambio di passo, uno scostamento di obiettivo, una conclusione dei fatti che arriva in tempi diversi rispetto alle intenzioni o alle previsioni. Tutto qua.

Nessuna incertezza mai più
In nome del cielo davvero mai più
Qui serve un segno di rispetto per la gente
In questa bassa marea
Serve un lampo nell’aria che si accenda
Oppure un’idea
C’est la décadence
C’est la décadence

Ivano Fossati, “La decadenza” in “Decadancing”, 2011

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Le foto sono… mie – San Biagio-Caserta, 2012

Sono andato a spasso nel web nero. Il “dark web”, il “deep web”, la “rete cipolla”, internet invisibile.
Non è così difficile arrivarci e non è nemmeno illegale, se è per questo. E’ illegale comprare armi e droga, è illegale acquistare un passaporto falso, una patente di guida texana e cose di questo genere. Ma nonostante non sia interessato a questa mercanzia (disponibile in quantità e a buon prezzo, negli scantinati bui di internet invisibile), sono andato a spasso e ho imparato parecchie cose.

Innanzitutto il deep web non si vede con un normale browser: serve un software in grado di anonimizzare la navigazione e di consentire l’accesso nel web invisibile.

Immaginate di trovarvi a passeggiare in una città: ci sono automobili e moto, incrociate gente, ci sono strade e negozi e semafori, bar con i tavolini sul marciapiede e pizzerie al taglio; immaginate che tutto questo sia internet così come lo conoscete. Immaginate poi che in una strada di questa città ci sia uno stabile con un grande magazzino al piano stradale e, di fianco all’entrata principale, aperta, una porta di legno malmesso; immaginate di entrare in questo varco e di scendere, di fare una lunga scalinata fino ad arrivare in un grande sotterraneo buio, immenso, abitato e rumoroso. Una volta entrati si fa un po’ di fatica a capire come muoversi: le regole sono un po’ diverse rispetto al piano strada, ma si fa in fretta a comprendere e basta davvero poco per cominciare a camminare in un ambiente che nonostante le apparenze non è per niente ostile. Questo è il deep web.

Immaginiamo, immaginiamo ancora.
Immaginiamo internet come un gigantesco agglomerato urbano abitato da miliardi di persone di tutte le lingue e tutte le età, con interessi e stili di vita, attitudini e preferenze, sentimenti e paure. Questo centro urbano è governato da regole scritte e consuetudini, i comportamenti dei suoi abitanti sono noti e c’è un ordine che sappiamo comprendere e accettare; l’ambiente ci è familiare e tutto quello che succede qui è più o meno lecito. Sotto questa città, però, c’è un sotterraneo grande esattamente quanto la città, solo meno abitato: ci sono ancora tanti spazi vuoti.

Nel dark web nessuno ha un nome e nessuno ti chiede niente. Non serve a niente avere un nome, da quelle parti; anzi, farsi riconoscere finisce per essere un fatto rischioso. Ci sono indirizzi (incomprensibili, all’inizio) e luoghi, ritrovi e servizi proprio come succede in superficie, perché lo spazio e il tempo devono avere anche lì una organizzazione. Nello scantinato buio di internet, per esempio, ci sono negozi, ma fareste bene a ricordarne la posizione poiché non c’è una insegna che possa aiutare a orientarsi: non esistono indirizzi mnemonici, url semplici da ricordare. Chi potrebbe mai ricordare, ad esempio, l’indirizzo http://3suaolltfj2xjksb.onion/hiddenwiki/index.php/Main_Page o l’indirizzo http://xqz3u5drneuzhaeo.onion/users/efgchat/ o, ancora, l’indirizzo http://2ue35wfkmo3dlgjm.onion/?
Quello che avviene nel deep web non è in alcun modo tracciabile poiché il software necessario per entrare garantisce la privacy assoluta. Una volta entrati, ci si muove senza essere individuati.
Su internet invisibile ci sono già molte leggende. Una, per esempio, riguarda l’esistenza di oltre 500 miliardi di pagine web “oscure” a fronte dei due miliardi di pagine di internet. E questo è, a dire il vero, improbabile.

Se nel deep web cercate un motore di ricerca, perdete tempo: tutto funziona sul passaparola, sulla socializzazione della conoscenza e sulla trasmissione di esperienza. Non esiste un “dark google”, per intenderci. I pochi elenchi disponibili di siti sono così scarni da apparire ridicoli e di fatto utili solo a muovere i primi passi. Le pagine web che si trovano in questo mondo parallelo hanno una caratteristica: hanno sempre una grafica essenziale, leggera, senza fronzoli tecnologici e senza quegli inutili abbellimenti che nel web in chiaro rendono la pagina bella, gradevole, attraente, intrigante. Anche l’estetica, lì, non serve a niente. Chi ha visto nascere il world wide web negli anni ’90, ricorderà i primi siti: semplici, per lo più testuali. Ecco: nello scantinato buio tutti i siti sono fatti così e il web 2.0 è cosa del tutto inutile.
Laggiù non c’è più o meno nulla di non consentito e se adottate filtri morali per giudicare quello che avviene o che potenzialmente può avvenire, rischiate di fare una brutta esperienza.
Lì si trova tutto: armi di ogni genere, droga di ogni tipo, documenti falsi, killer, prestanome per ogni tipo di operazione; ma trovate anche libri, film, oggetti, automobili in vendita, luoghi dove chiacchierare e socializzare, forum e chat. È un web parallelo con la possibilità di trovare quello che sul web che tutti conosciamo non è consentito. Ciò che non è lecito.

C’è anche una moneta. Si chiama bitcoin (http://it.wikipedia.org/wiki/Bitcoin) e ha caratteristiche che la rendono del tutto diversa da quelle che abbiamo imparato a usare: non conosce – non può, tecnicamente, conoscerla – l’inflazione ed è una moneta straordinariamente stabile. Perché la circolazione del bitcoin non è gestita da una banca centrale e per di più nessuno è in grado di creare nuova moneta. Circola dal 2009 e il suo creatore, Satoshi Nakamoto, è morto in circostanze misteriose portando con sé i segreti dell’algoritmo usato per “stampare” la moneta. Si calcola che i bitcoin disponibili siano equivalenti a 57 milioni di dollari americani. Il possesso, il trasferimento e l’impiego di questa moneta elettronica sono regolati dall’anonimato: bitcoin utilizza un database distribuito tra i nodi della rete invisibile che tiene traccia delle transazioni e sfrutta la crittografia per garantire le caratteristiche più importanti della moneta, come il fatto di permettere di spendere bitcoin solo al legittimo proprietario e di poterlo fare una sola volta. Un bitcoin vale 4,2 euro; si compra sul web “normale”, si spende in quello parallelo.

Sono entrato nel dark web e ho imparato queste cose. Mi sono fatto anche un’idea. Questa.

Internet invisibile è riuscito già a farsi sistema e mondo. Vive una condizione storica precisa: può contare su un passato, ha un presente, ha una visione del futuro.
Il passato sul quale può contare è rappresentato dall’esperienza e dai contenuti di ciò che il web “normale” ha espulso: le pratiche di violazione del copyright e i siti di pirateria rinascono indisturbati, la dura repressione e le censure praticate sul videosharing lì non trovano applicabilità e non hanno senso. Allo stesso modo trovano la quiete e una collocazione non più nomade siti come Wikileaks. Il deep web non può essere chiuso né censurato dalle autorità. Può piuttosto subire la funzione regolatrice, normativa, della comunità. Ed è successo: gli hacker di Anonymous, per esempio, hanno bloccato un sito che diffondeva materiale pedopornografico. Ma è una funzione debole, resa difficile dall’impossibilità di controllare tutti i meandri di un mondo così magmatico e informe.
La dimensione del presente è caratterizzata dall’assenza del conflitto ossessivo tra individuo e infrastruttura telematica, soprattutto in relazione alla gestione della privacy. Impossibile, ad esempio, subire profiling sul deep web: se pure “profilare” un utente fosse tecnicamente possibile, nei fatti questo diventerebbe inattuabile per la rinuncia all’identità che ciascun frequentatore fa. È tuttavia vero che lì si sta sviluppando una sacca di pratiche considerate illegali nel mondo reale e nel virtuale visibile ed è evidente il rischio di crescita di una nuova criminalità e persino di una inedita ideologia del crimine impavido.
Questo ultimo aspetto merita qualche parola in più.
Finora gli strumenti del web in chiaro sono stati utilizzati dalle criminalità organizzate e dal terrorismo internazionale (esistono, in tal senso, ampi riscontri di fonte giudiziaria) per le comunicazioni interne, ma è inedita la circostanza secondo la quale chi vende droga o armi riesce addirittura a creare un sito di e-commerce potenzialmente accessibile a tutti; allo stesso modo è impensabile trovare sul web “normale” il sito di un killer con la descrizione precisa dei servizi offerti e delle condizioni con tanto di tariffe. È una criminalità che, nel deep web, non ha bisogno di nascondersi più di tanto. Aiutano molto anche i nuovi accorgimenti tecnologici. Secondo alcuni esperti, uno di questi siti di commercio elettronico (Silk Road) per ogni transazione andata a buon fine genererebbe flussi di dati relativi a migliaia di falsi – ma plausibili – acquisti. Tutto questo per depistare eventuali sentinelle in grado di intercettare i dati relativi al reale acquirente di armi, droga o documenti falsi.

E, infine, la visione del futuro. L’individuazione di patti di convivenza è un adempimento superfluo, la funzione organizzativa dei bisogni non è indispensabile né è richiesta e, di conseguenza, il futuro del deep web è un gigantesco mercato nero di ogni cosa (oggetti, servizi, sentimenti, intrighi, documenti), un alienante far west inconquistabile e irriducibile. Il nonluogo perfetto.

Ah, dimenticavo. Nel deep web c’è finanche un sito che offre servizi di posta elettronica non tracciabile. Si chiama Tor Mail. Ha un indirizzo sul web normale (www.tormail.org), ma i servizi vengono assicurati soltanto entrando nel deep web e digitando il vero indirizzo del sito. Questo: http://jhiwjjlqpyawmpjx.onion/

Le foto sono di Andrea Falconi – Parigi, 2012

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