Da qualche settimana sto partecipando anch’io – segretamente, da clandestino, con un po’ di vergogna – alle liturgie di quella branca della religione dell’immagine che è Instagram. Lo faccio con qualche disagio sentendomi sciocco, inadeguato, ignorante. Analfabeta.
Eppure sembra molto semplice. Scatti una foto quadrata, la passi al make up dei filtri, metti una cornice e pubblichi nel tuo profilo. Questione di una ventina di secondi. Il trucco è quasi sempre pesantissimo: contrasti forti e colori sparati.
Sarà pure semplice, bello, immediato, ma io pecco di superbia. Per me una fotografia è profondità di campo, è luce da leggere su un volto, è scelta del fuoco, è “taglio”. È saper guardare prima del clic, è scelta di un significato. È la capacità di essere testimone, è la sfida della rappresentazione; non è, invece, un gesto di (apparente) bellezza la cui elaborazione è affidata al software. Pecco di superbia, quindi, e per di più non so essere moderno. Peggio: non so essere ipermoderno.
Come Twitter rende tutti poeti e Facebook rende tutti comunicatori, così Instagram rende tutti fotografi. Basta uno smartphone, una app gratuita e sei qualcuno, sai fare qualcosa. È così semplice. È così bello.

#parole. Male

Pubblicato: 9 ottobre 2012 in parole
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In Bosnia ho imparato che il male è più razionale, più guardingo, addirittura più coerente del bene. Avverte molto prima l’odore del pericolo e la puzza dell’imbroglio.

Paolo Rumiz – “Maschere per un massacro” – Feltrinelli, 1996-2011

 

Sono stato di recente agli studios di Cinecittà. Sono occupati dal 4 luglio dai lavoratori. Non serve chiedere quando è cominciata l’occupazione: lo impari comprando una calamita a forma di ciak che i lavoratori vendono assieme a t-shirt, spillette e poster di dive e divi del cinema, a memoria del fulgore delle storie che in quei teatri alla periferia di Roma hanno preso sostanza. Ed è occupata con due k: OKKUPATA. Ci sono bandiere dei sindacati, su via Tuscolana, un paio di gazebo, tavolini per la raccolta firme contro la chiusura di Cinecittà e per la vendita dei gadget. I poster delle dive sono fermati da sassi di fiume per impedire che il vento possa portare via quegli articoli di genuino autofinanziamento. Su ogni sasso c’è, scritto alla buona con un pennarello nero, il nome di una star: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Giulietta Masina e via dicendo.

Dunque la faccenda è piuttosto semplice: al posto degli studios dovrebbero sorgere alberghi, spa, parcheggi e uffici, a sfregio della storia di quel posto. E sembra inevitabile, perché sono anni che a quanto pare lì non si fanno produzioni cinematografiche in grado di giustificare quel luogo così com’è. I vecchi teatri di posa sono, piuttosto, utilizzati come studi di programmi televisivi. Santoro ha fatto il suo “Servizio pubblico”, Fiorello il suo ultimo show, la De Filippi “Amici”.

Per capire come cambiano le cose, state a sentire questa storiella. Sono andato a Cinecittà dopo aver fatto una commissione a via Lamaro, che è uno dei fianchi degli studios. Per comodità ho usato un navigatore gps e quando mi sono trovato a via Raimondo Scintu (un’altra via che fiancheggia l’area), il navigatore ha mostrato un bel pallino rosso all’interno di Cinecittà con, di lato, l’indicazione: “Casa del Grande Fratello”. Perché lì fanno il reality show più importante della televisione italiana. Ecco: Cinecittà non è più la fabbrica dei sogni ma è, piuttosto, la Casa del Grande Fratello.

C’è da dire che negli ultimi anni sono state fatte iniziative per valorizzare quella che era nota come la “Hollywood del Tevere”. Hanno per esempio aperto al pubblico, con biglietto di ingresso, le scenografie di alcune grandi produzioni cinematografiche, hanno creato percorsi didattici; hanno, insomma, musealizzato parte di Cinecittà. Ed è stato un successo. Oggi invece, con una crisi in corso, al posto di trovare soluzioni adeguate si decide di mandare avanti un progetto che prevede la distruzione di parte della storia, la musealizzazione pressocché totale di quel che si riesce a salvare e la realizzazione di confortevoli e moderni alberghi. Pare sia in cantiere anche un parco divertimenti.

Non è il primo caso di abbandono della storia e della cultura, da queste parti.

È successo anche per il prestigioso Teatro Valle, una storica struttura (è la più antica, nel suo genere, a Roma, inaugurata il 7 gennaio 1727) a due passi da piazza Navona. Ci sono andato l’ultima volta a vedere Carlo Cecchi: dava “Sei personaggi in cerca d’autore”. A dire il vero è passato un po’ di tempo. Il Valle era gestito dall’Ente Teatrale Italiano. Quando, nel 2011, l’Eti è stato chiuso, il Teatro Valle ha “temporaneamente concluso” l’attività. I lavoratori, a giugno 2011, hanno occupato il teatro e da allora lo gestiscono in una meravigliosa e gioiosa esperienza di autogestione che sarà presto traghettata (queste sono premesse e intenzioni: vedete http://www.teatrovalleoccupato.it) verso una Fondazione “che sia il più possibile condivisa e partecipata”.

Ma Cinecittà non è il Valle.

Cinecittà ha suoli buoni per costruire, ha la stazione della metropolitana davanti all’ingresso principale, ha pochi vincoli e quei pochi sono superabili o almeno derogabili; ha il casello dell’autostrada vicino e il Grande Raccordo Anulare a un chilometro. Cinecittà è adatta a diventare altro. Costruendo, portando cemento e mattoni. Ed è chiaro che si vuole che Cinecittà diventi altro.

Non c’è speranza in un Paese che vuole a fare a meno della bellezza e delle fabbriche della bellezza. Non merita un presente – quindi non merita un avvenire – uno Stato che riesce a fare a meno della storia della sua gente a beneficio di camere a pagamento con idromassaggio montato in serie, ricchi frigobar e posti auto riservati. Perché va detto che sia il Valle sia Cinecittà sono pubblici. Pubblici dal punto di vista tecnico, legale (nella società di Cinecittà lo Stato ha il venti per cento delle quote); ancor più “pubblici” poiché appartengono alla storia di tutti, a una lingua, a un modo di vedere il mondo e di raccontarlo. Sono presidi di cui solo gli stolti possono fare a meno.

E così i lavoratori di Cinecittà hanno okkupato. A fine agosto si sono svestiti e si sono fatti fotografare nudi. «Come i pompieri spagnoli», ha detto un turista mentre prendeva accanto a me un caffé al “Cine Bar”, un chiosco provvidenzialmente piantato a una decina di metri dall’ingresso principale degli studios e pieno di fotografie del cinema, di autografi di un tempo lontano, sicuramente anche di aneddoti. Hanno okkupato, i lavoranti dei teatri di posa, e passano il loro tempo a raccogliere firme e a dare spiegazioni. Intanto vendono t-shirt, calamite, spillette, poster, con l’intenzione di stare nelle spese e con la speranza di vedere la loro protesta addosso a quanta più gente possibile. L’uomo che mi ha venduto spilletta e calamita, chissà perché, mi ha fatto venire in mente Bartolomeo Pagano.

Pagano era un attore, ma prima di recitare a gloria di un certo cinema italiano dei primi decenni del Novecento quando Cinecittà non c’era ancora, è stato un muscoloso camallo del porto di Genova nonché modello per il monumento di Quarto che lo scultore Eugenio Baroni ha realizzato tra il 1914 e il 1915 per celebrare l’impresa dei Mille. In quel monumento Pagano è Garibaldi; sul grande schermo, invece, è stato Maciste.

Maciste il forzuto, Maciste l’eroe, Maciste il superuomo tronfio tanto esaltato dal fascismo.

Era un camallo, Pagano, e si è consegnato alla celebrità per puro caso, per i fatti bizzarri della vita. Al contrario, il lavoratore del gazebo di Cinecittà, dalla gloria messa a salario di attrezzista o di elettricista oppure di fonico si ritrova a vendere – asprezze del destino – magliette colorate e poster in bianco e nero; e lo fa privo della furbizia del magliaro, privo di abilità commerciali: lo fa dicendoti con lo sguardo che la sua condizione ha sì a che fare con il suo lavoro e quindi con il suo futuro, ma ha a che fare soprattutto con il futuro di tutti. Ed è per questo che per me è un eroe: non come Maciste – anzi, è l’opposto – ma certamente più eroe degli eroi, testimone e vittima di un tempo vigliacco che ci ha insegnato a considerare accettabile, come condizione, la precarietà. E noi ce la stiamo mettendo in testa, la precarietà. La precarietà è la situazione contingente; considera il futuro come un contenitore di incertezze, il passato e il presente come una dannazione. Il precario sta imparando a non immaginare un avvenire: questo gli fanno credere, questo fa. Facendolo, condanna se stesso e il suo futuro alla dannazione del presente e del passato, senza speranza. È la “non speranza” di Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, ma al tempo di Facebook.

E Cinecittà? Continua a essere okkupata e lo sarà a lungo, spero.

Appena possibile, artisti e artiste fanno iniziative di sostegno per riportare l’attenzione sul problema. Ma ormai la faccenda, sui giornali italiani, è retrocessa a mera rivendicazione del posto di lavoro. Ne parlano in America, in Giappone, in Francia, in Germania e il sito http://www.savecinecitta.org dà conto dell’attenzione straniera con una buona rassegna stampa; in Italia la vicenda viene ormai rappresentata come una lotta di lavoratori per il lavoro. Non è solo questo: è tanto altro.

Intanto sui siti di gossip leggo che l’Ottusangolo si sente rovinato dal Grande Fratello, Salvo Veneziano ha rivalutato il senso della famiglia e, infine, la storia d’amore tra Matteo Casnici e Francesca Giaccari è da considerare finita. Me lo segno, me lo segno.

Stipendio dimezzato
o vengo licenziato
a qualunque età io sono già fuori mercato
fossi un ex SS novantatreenne
lavorerei nello studio del mio avvocato
invece torno a casa distrutto la sera
bocca impastata come calcestruzzo in una betoniera
io sono al verde / vado in bianco / ed il mio conto è in Rosso
quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera ?
Su
vai / a vedere nella galera / quanti precari / sono passati ai mal’affari
quando t’affami / ti fai / nemici vari
se non ti chiami Savoia scorda i domiciliari
finisci nelle mani di strozzini / ti cibi
di ciò che trovi se ti ostini a frugare i cestini
né l’Uomo Ragno né Rocky né Rambo né affini
farebbero ciò che faccio per i miei bambini
Per far denaro ci sono più modi / potrei darmi alle frodi
e fottermi i soldi dei morti come un banchiere a Lodi
c’è chi ha mollato il Conservatorio per Montecitorio
lì i pianisti sono più pagati di Adrien Brody
io vado avanti e mi si offusca la mente
sto per impazzire come dentro un call center
vivo nella camera 237 / ma non farò la mia famiglia a fette
perchè sono un eroe.

Caparezza, “Eroe (storia di Luigi delle Bicocche)”, in “Le dimensioni del mio caos”, 2008

Un cane in casa. Per legge

Pubblicato: 18 settembre 2012 in pretesti
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Il Parlamento sta esaminando un disegno di legge sui condomini. La discussione va avanti da un po’ di mesi, è partecipata e c’è da dire che il testo in discussione è l’unificazione di quattro o cinque diversi disegni di legge sullo stesso argomento. Si tratta quindi di una materia sulla quale più di un parlamentare ha sentito l’esigenza di presentare proposte articolate.

Nel testo unificato c’è un articolo sul quale, come d’uso, sono stati richiesti pareri e presentati emendamenti. Non ricordo quale sia esattamente, ricordo il concetto. Questo: a dispetto di ogni divieto presente nei regolamenti condominiali attualmente in vigore, l’inquilino deve avere la possibilità (l’arbitrio) di detenere in casa un animale da compagnia senza dar conto a nessuno. Principio che condivido, sia chiaro.

È dunque necessario trasformare questo principio in legge, com’è evidente.

Il potere dello Stato trova nutrimento nell’incapacità degli uomini di ricorrere al buon senso e di regolare in autonomia faccende semplici. Così lo Stato s’attrezza e si organizza in modo da sembrare indispensabile nella sistemazione di ogni aspetto della vita dell’uomo. In questo lui trova fortuna, l’uomo ritrova sudditanza.

La telefoto in bianco e nero mostra il cavalier Francesco Vitale, anziano sindaco di Lipari, mentre si reca all’incontro con i mafiosi. Lui è al centro della foto, cammina; ha un abito che sembra grigio, la giacca chiusa da un solo bottone, la camicia bianca, la cravatta scura. È in ordine. Intorno ha le guardie del Comune e altre persone definite “autorità” nella didascalia. La foto è stata scattata a Filicudi il giorno prima, quando i centocinquanta abitanti della piccola isola hanno preso le loro poche cose, hanno sprangato usci e finestre delle loro case e sono fuggiti a Lipari abbandonando alla loro sorte vacche, pecore e galline per protesta, per l’arrivo di quindici detenuti non graditi. Non tutti sono andati via, a dire il vero. A Filicudi ci sono ancora il delegato comunale signor Zagami, l’ufficiale di posta, il medico dottor Rosario Federico e un vecchio di ottantatré anni, Antonino Rando. Una volta Antonino era l’unico fornaio dell’isola, dalle sue grosse mani per decenni è uscito il pane che ha tirato su intere generazioni, certamente tutti i centocinquanta profughi scappati a Lipari con la motonave e altri ancora che, poveretti, non ci sono più. Ora il vecchio fornaio sta male, rischia di morire da un momento all’altro e incurante di tutto quel baccano, ha deciso di morire lì: se proprio deve succedere, ed è evidente che prima o poi deve succedere, deve succedere lì. Tra le sue cose, sulla sua isola, in mezzo all’aria di sempre. Il dottor Rosario Federico è rimasto per lui, non per i mafiosi portati sull’isola in soggiorno obbligato; non come il prete, profugo come tutti gli altri.
C’è da dire che i quindici mafiosi comprendono il disagio degli abitanti di Filicudi con una certa sincerità. Lo ha detto anche il noto prigioniero John Bonventre. Ha detto questo, con la sua solita voce solenne impastata di catarro: «Capisco benissimo lo stato d’animo della popolazione, perché anch’io sono stato costretto a lasciare la mia casa». Per tenere sotto controllo i quindici malavitosi, sono arrivati sull’isola trecento carabinieri e non hanno fatto una bella figura. Il giorno prima, mentre il cavalier Vitale andava a parlare con i mafiosi, al porticciolo era arrivata la motonave Ustica con l’intenzione di sbarcare furgoni cellulari spediti da Palermo. Ma a Filicudi non c’erano strade adatte a quei mostri e i profughi in partenza un po’ bestemmiavano e un po’ ridevano per quella invasione di inutili macchine a gasolio.
Questa storia sta sul giornale del mattino di sabato 29 maggio del 1971. A pagina nove, a esser precisi. Il giornale è “La Stampa”. Oltre alla drammatica telefoto del sindaco cavalier Vitale c’è, sulla vicenda, un bel servizio dell’inviato speciale Gigi Ghirotti.
Quella mattina, il primo canale televisivo nazionale trasmetteva con inizio alle ore 10, ma solo per la zona di Palermo, un programma cinematografico.

Nell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, una donna di trentaquattro anni era da poco entrata in sala operatoria per un banale parto cesareo. Il terzo, per lei. Per tutta la gravidanza aveva sperato di crescere una figliola, ma l’indovina del paese, un giorno, toccandole la pancia, aveva sentenziato: è masculo, è proprio masculo. Per ore la puzza che l’indovina Marietta aveva nelle mani era rimasta attaccata sulla pelle gonfia e tirata ed era una puzza di ricotte e caciocavalli, di forme di cacio e di scamorzoni affumicati. Marietta lavorava il latte vaccino da quando era ragazzina, ma una volta fatti cinquant’anni – e la cosa si era verificata da poco più di sette anni – aveva cominciato a esercitare gratuitamente una attività di consultazione e spiegazione in merito alle delicate faccende del futuro. Così era diventata una autorità in paese, più del sindaco pro tempore. E sempre più era ricercata per i consulti, a danno dei suoi affari con i formaggi e a cagione della chiarezza dei fatti che andava a spiegare. Niente di tutto questo, ovviamente, stava sul giornale, trattandosi di affari del tutto ordinari e di nessun interesse pubblico.

Quella mattina non c’era solo il problema dei profughi di Filicudi. Sullo stesso giornale c’è ad esempio un’altra drammatica telefoto.
Ci sono due donne vestite di nero; una delle due è molto anziana, cammina con il bastone e guarda il fotografo, guarda in camera. Tiene stretto nella mano sinistra un fazzoletto bianco come se stringesse la sua anima per non farla fuggire. Dietro di loro si vedono chiaramente un ragazzino con i calzoni corti e un uomo anziano con una coppola in testa; si capisce che tutta quella gente si trova in una campagna. Camminano, vanno. La didascalia spiega che quella è gente di una borgata chiamata Fornazzo, nel comune di Milo; e che si reca nei campi distrutti dal flagello della lava dell’Etna. La colata è a sette-ottocento metri dalle case e intanto ha invaso campi e strade. Era già successo e se è per questo succederà ancora. È successo, per esempio, quando nel secolo XIX la gente di questo posto, quasi tutti boscaioli, s’era inventata il commercio della neve. Ne commerciava in grande quantità, la rubava alla montagna sulle coste intorno agli ottocento metri di altitudine. Poi un’eruzione ha distrutto la teleferica di legno e corda che i boscaioli avevano costruito per portare la neve in paese ed è finito il commercio.
La vecchia vestita di nero che tiene stretto il fazzoletto bianco forse ricorderà qualcosa di quegli antichi traffici dei suoi padri, di quel facile contrabbando; avrà passato la sua vita a soppesare sciagure e a maledire il destino e intanto, come testimonia la foto, porta la figlia – sì, è certamente la figlia – e il nipote in calzoni corti in visita sui luoghi del nuovo affronto, nei posti dove la montagna ha fatto un altro sgarbo. Ha deciso di portarli così, giusto per chiarire ancora una volta a quella progenie quale vita meschina è toccata in sorte e per ragionare sull’imprevedibilità delle vicende umane.

Alle 10,30, appena finiva il programma “Un disco per l’estate”, il giornale radio del secondo canale dava le ultime notizie e aggiornava quelle già date nelle precedenti edizioni. Quel giorno, tra le altre cose, il radiogiornale ha detto che non c’erano novità nelle indagini sul ferimento, avvenuto a Bagnoli davanti al “Bar Notturno” di Via Ilioneo, del sottufficiale di Pubblica Sicurezza Pasquale Santoro, trentacinquenne brigadiere in servizio alla “Celere” di Napoli.
Il fatto è questo.
Santoro era in borghese ed era andato al bar per comprare un etto di caffè. E il caffè lo aveva pure comprato, ma uscendo dal locale aveva visto due giovani impegnati in una scazzottata. Sembrava di stare sul set di uno di quei film della coppia formata da Bud Spencer e Terence Hill, di cui proprio in quei giorni davano al cinema l’ultima fatica, “Il corsaro nero”. Invece no. Invece i due si stavano picchiando sul serio mentre altri clienti del bar – soldati americani della Nato e marittimi stranieri – guardavano. Allora Santoro si è qualificato e ha tentato di dividere i due. Tirato via da uno spettatore sconosciuto, il sottufficiale si è sentito dire: «Fatevi i fatti vostri, è una questione che deve essere risolta solo tra loro». Un avvertimento, che Santoro non ha ascoltato: ha tentato così di dividere nuovamente i due. A quel punto si è sentito un colpo di pistola e tutti sono scappati. Santoro no: non avrebbe potuto, del resto. Santoro si è trovato con un buco di proiettile al piede. Ad ogni modo, non c’era alcuna novità nelle indagini, come aveva spiegato il radiogiornale delle 10,30. Il proprietario del bar, sentito dagli investigatori, aveva detto di non conoscere nessuno dei protagonisti della zuffa.
E tante altre faccende di sangue sono successe in quei giorni. E parecchi incidenti. Tutti i fatti sono riportati sul giornale di quel sabato mattina.
A Orbassano un operaio di 47 anni, Aldo Quaranta, era morto mentre riparava la pompa elettrica di un pozzo; qualcosa non è andato bene, una lampada è esplosa e lui – operaio Fiat che nel tempo libero diventava un bravo aggiustatutto a domicilio – era finito giù nel pozzo, morendo sul colpo.
A Torino il piccolo Gianluca di due anni e mezzo, era caduto in una bacinella di acqua bollente; all’ospedale Maria Adelaide di via Zuretti erano stati costretti ad amputargli una falange. E a Wuppertal, in Germania, erano morti in un incidente ferroviario quaranta ragazzi tra i quattordici e i sedici anni di ritorno da una gita scolastica.
Luigi Peta, commerciante calabrese di bestiame di Caraffa, venti anni, aveva confessato di avere strangolato la fidanzata, Concetta Scicchitano, pure lei ventenne. Il fattaccio era avvenuto in macchina. Concetta era incinta e quando ha tentato di imporre a Luigi le nozze riparatrici da celebrare entro pochi giorni, lui prima l’ha strangolata e poi ha fatto precipitare l’utilitaria in una scarpata.
Angela, invece, una contadina quindicenne di Candidoni, vicino Reggio Calabria, non ha confessato niente: è andata direttamente dai carabinieri di Laureana di Borrello e quando è andata aveva con sé l’arma del delitto. Un bastone. Ci è andata con la sua pancia al settimo mese di gravidanza, ha bussato alla porta della caserma e all’appuntato in servizio ha detto: «Ho ucciso mio nonno. Non ne potevo più. Mi ha violentata e adesso aspetto un bambino. Mi minacciava continuamente, mi perseguitava dicendo che se avessi parlato di quanto era successo tra di noi con mio padre mi avrebbe uccisa. Anche questo pomeriggio voleva abusare di me. Non ho resistito più. Ho afferrato questa mazza e l’ho colpito. Non ricordo più quante volte. Non potrà più farmi del male». Il titolo che il giornale dedica al fatto è l’istantanea di una grande tragedia: «Sopprime il nonno che l’aveva sedotta».
Il falegname Peter Bucheli, di 55 anni, internato in una casa di cura a Berna per consumo eccessivo di sostanze alcoliche, aveva scoperto di non avere più una moglie: divorziato d’ufficio. Nessuno gli aveva detto niente. Il giornale racconta la sua storia e spiega che Peter aveva appreso il fatto compiuto quando, dimesso dalle cure, era andato a casa sua.

In quelle settimane era stata messa in vendita una nuova, spettacolare automobile. La Fiat 127 con motore da 900 centimetri cubici. «La 900 come ognuno si aspettava dalla Fiat»: così c’è scritto nella pubblicità a pagina due. C’era da crederci: motore trasversale anteriore da 903 cmc, 47 CV (DIN), trazione anteriore, sospensioni a quattro ruote indipendenti, freni anteriori a disco e posteriori a tamburo, comando freni a due circuiti sdoppiati indipendenti, cinque posti. Un fulmine: faceva 140 chilometri all’ora. Certo, la Ford Capri pubblicizzata a pagina sedici era un’altra cosa: «Se vuoi passare inosservato, lascia perdere la Capri». Ma certamente la 127 era pur sempre una macchina Fiat, una macchina italiana, con i pezzi di ricambio facilmente reperibili, al bisogno. Mica come le auto forestiere!
Proprio a fianco all’inserzione della Fiat, c’è un articolo su un fatto di una certa serietà. Sono fatti della politica, fatti sul Partito Comunista Italiano. Era successo che il congresso del Partito Comunista della Cecoslovacchia, in corso a Praga, si era permesso di rifiutare il messaggio del Pci. Il fatto era stato reso noto da Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito italiano, il quale aveva anche precisato che analogo trattamento era stato riservato al messaggio del Psiup. E pensare che per approvare quel documento s’era riunita appositamente la Direzione nazionale del Pci, e pure a lungo. Certamente il messaggio era stato rispedito al mittente perché dentro c’era scritto chiaro chiaro che «fondamento essenziale dell’internazionalismo è l’indipendenza e la sovranità di ogni partito comunista e di ogni Stato»; un rifiuto, quindi, della dottrina Breznev sulla “sovranità limitata”. Una faccenda serissima. La questione aveva avuto importati riflessi anche nella politica interna, con interventi del Partito Liberale, del Partito Socialdemocratico e del Partito Socialista. I socialisti, in particolare, avevano dedicato alla vicenda un editoriale del loro giornale, anticipato a tutti i quotidiani: «Che internazionalismo è mai questo che impedisce al dissenso di esprimersi? Il tetro ambiente del Pc cecoslovacco offre la spiegazione più immediata, ma la spiegazione vera i comunisti devono cercarla più lontano, all’origine dei fatti che hanno trasformato Praga nella capitale del silenzio e del più avvilente conformismo».
Un fatto importante.

Come è importante – anzi, forse lo era di più – la notizia sull’improvviso esito della missione al Cairo del russo Podgorny il quale aveva inaspettatamente firmato col presidente egiziano Sadat un accordo della durata di quindici anni grazie al quale i due Paesi si impegnavano a consultarsi in caso di crisi e ad aiutarsi a vicenda in caso di aggressione militare di uno dei due “partners”; i russi si impegnavano anche ad addestrare i militari egiziani. Il Patto di Varsavia, con quel protocollo, arrivava così fino al Nilo. Era l’ora della verità, tra Egitto e Unione Sovietica: insieme volevano far capire al mondo intero che le cose andavano fatte bene e sul serio.

Arriva sempre l’ora della verità; rischia di arrivare più volte nella stessa vita e guai a farsela venire nell’età dell’illusione. Meglio allora sperare che arrivi nell’età della delusione. Il concetto era espresso in maniera efficace dal mago Silvan a pagina tre: «C’è, nella vita, l’età dell’illusione e quella della delusione. E viene per tutti il giorno dello choc della verità. Io, con i bambini, mi sento sempre molto imbarazzato e faccio di proposito gli errori perché capiscano che sono un uomo come un altro. Però ne soffrono, lo vedo. A Sara, mia figlia, devo raccontare che suo nonno si è trasformato in un albero per vederla raggiante. Al suo compleanno ho fatto uscire tre colombe dalla pentola che fumava sul fuoco, avevo una gran paura che me ne chiedesse una quarta che non c’era».
Intanto, proprio nell’ultimo giorno della visita ufficiale a Roma del ministro degli Esteri dell’Iran, Zahedi, il vicesegretario del Pci, Enrico Berlinguer, aveva fatto un annuncio: la trattativa tra il governo italiano e la Santa Sede per la revisione bilaterale del Concordato comincerà a metà giugno. Berlinguer lo aveva detto a Palazzo Chigi al termine di un incontro convocato per affrontare il delicato argomento con il presidente del Consiglio dei Ministri, l’onorevole Colombo.
E la Corte d’Assise di Milano, dopo trentasei udienze e undici ore e mezzo di camera di consiglio, aveva condannato gli anarchici Pietro Della Savia (a otto anni di reclusione), Paolo Braschi (a sei anni e dieci mesi) e Paolo Faccioli (a tre e mezzo), accusati di diciotto azioni dinamitarde. Altri cinque imputati erano stati assolti; tra questi, i coniugi Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega. La sentenza era stata accolta dal folto pubblico, quasi tutti giovani della sinistra extraparlamentare, al grido di “Vendetta”, “Fascisti”, “Maledetti fascisti”.

Tutto questo e altro ancora è successo davvero, e di tutto questo dà conto il giornale “La Stampa” di quel sabato.

PS. Quella mattina, la mattina di sabato 29 maggio dell’anno 1971, sono nato io. C’è da dire che la partoriente Carmelina è stata bravissima: sapeva il fatto suo a proposito di cesarei. L’esperta ostetrica, signorina Giuseppina Guida, ha appuntato l’ora della nascita nei registri e nelle carte ufficiali ad uso dell’Anagrafe comunale: le 10. Minuto più minuto meno, va da sé. In quel momento cominciava puntuale sul primo canale nazionale della televisione, ma solo per la zona di Palermo, il previsto programma cinematografico.
Mia madre dice che sono nato con due incisivi già fatti, pronti ad azzannare. Non ci ho mai creduto, ma visto che lo dice da oltre quarant’anni a ogni occasione buona e sempre allo stesso modo e con le stesse parole, qualcosa di vero deve pure esserci.
Carmelina però voleva una femmina e invece è nato un maschio. Vanno così le cose.
Va detto che a una inutile e temporanea rivincita sui desideri nonché sulle previsioni dell’indovina Marietta hanno pensato in maniera bizzarra gli impiegati del Comune di San Marco in Lamis. Quando, pochi mesi dopo la nascita, è arrivato il precetto della vaccinazione, su quelle carte c’era scritto di portare obbligatoriamente a vaccinare non Michele ma Michelina nata, come risultava agli atti, a San Giovanni Rotondo il giorno 29 maggio 1971. La questione, tutta burocratica, prometteva di diventare noiosa, ma Carmelina ha risolto in questo modo: mi ha portato una mattina al Comune, ha mostrato prima il precetto, poi ha esposto le intimità mascule della neonata creatura a tutto l’ufficio, portandole in visione a beneficio di tutti gli impiegati. E così la cosa è andata a posto.

© 2012

Proliferazione di Stati sempre più deboli, bolla di sapone che sfugge nel suo ingrandimento esterno e nel suo rimpicciolimento interno. A titolo di esempio, citiamo la grottesca dichiarazione di Silvio Berlusconi, nel momento del suo insediamento alla presidenza della Comunità Europea, il 1° luglio 2003: «Bisogna che le frontiere europee si allarghino per includere la Turchia, l’Ucraina, la Bielorussia e la Federazione russa».

È ridicola la decentralizzazione delle istanze governamentali quando il centro non è da nessuna parte e la circonferenza è invece ovunque.

Dal momento che nulla è mai realmente intero, la frattalizzazione è l’avvenire di tutti i tentativi di globalizzazione. Di fatto, la frattura e la frammentazione sono le conseguenze indotte dalla pressione o, più esattamente, della compressione di ciò che si pretende “completo” o, meglio, compiuto… Di qui l’esclusione che segna l’esito fatale di ogni preclusione, totalitaria ieri, globalitaria domani.

Paul Virilio – “Città panico” – Raffaello Cortina editore, 2004

Paul Virilio

Alberto Sordi ne “I vitelloni” di Federico Fellini

C’erano i circoli privati fino a qualche anno fa ed erano parecchi. Facevi la tessera e ci andavi quando ti pareva non tanto per le attività culturali quasi inesistenti, ma per bere la birra a buon prezzo. Poi la Finanza ne ha chiusi un bel po’: l’attività culturale era una copertura (così dicevano ai giornali i finanzieri al termine dei controlli e una volta messi i sigilli ai locali) perché a loro giudizio l’esercizio era in realtà commerciale a tutti gli effetti. Di ristorazione, qualche volta. Il buon prezzo per l’utente finale era garantito da un regime fiscale favorevole: niente (o poca) Iva, niente burocrazia da mantenere, scarsa attività consulenziale su fatture e carte bollate, nessun obbligo di registri fiscali, nessun adempimento riguardo le uscite di sicurezza, eccetera.

Era un buon sistema, devo dire. Buono e tendenzialmente equo: i gestori di questi circoli campavano, non diventavano certo milionari grazie all’Iva risparmiata. Ed era, va detto, legale.

In questi giorni sono andato alla festa di un grande partito. Sono quelle feste estive messe a luglio, feste in cui si parla di politica, di società, di cultura. Di temi di interesse generale, insomma. Dibattiti, reading, interviste, cinema all’aperto e cose di questo genere. E bancarelle: una fiera di paese. C’è anche la ristorazione, a volte appaltata a ristoranti veri e propri (ovviamente profit), a volte gestita direttamente dai volontari del partito. No profit, dunque. Fai la fila alla cassa (anzi, da quello o quella che raccoglie i quattrini), paghi e ti danno subito il fogliettino numerato dei blocchetti colorati Buffetti grazie al quale potrai prendere un po’ più avanti il panino con la porchetta o col wurstel, e la birra. Fateci caso, se ci andate: i soldi sono manovrati sempre in cassette portavalori da ufficio, quelle di vernice rossa o verde, con la chiusura a chiave e la maniglia di metallo lucente.
Probabilmente i partiti utilizzano lo stesso sistema dei circoli privati. Non lo so per certo, ma immagino di sì. Con una differenza: la tessera, in questo caso, non serve per prendere birra e panino. La Finanza non va a chiedere scontrini e ricevute. Anzi: all’ingresso dell’area della festa trovi la Polizia di Stato a far la guardia, pronta a intervenire in caso di odiose provocazioni sempre possibili quando di parla di ideologie e di come si immagina il presente per realizzare qualcosa di buono per il futuro.
La cosa, va detto, non mi scandalizza. Trovo, certo, una differenza importante: il partito può vendere tranquillamente la birra e i circoli privati, invece, hanno la Finanza alle natiche.
Non mi scandalizza, ma mi fa venire in mente il concetto contorto dell’elusione fiscale.

Un frame dello spot dell’Agenzia delle Entrate

Il fatto è questo.
L’evasore fiscale è il noto parassita della pubblicità televisiva dell’Agenzia delle Entrate. Dovrebbe pagare, ma non lo fa. Vive a spese degli altri, dicono le Entrate. L’elusore, invece, le tasse le paga, ma in misura ridotta. Cioè: l’elusore utilizza norme esistenti, vigenti, per pagare otto al posto di dieci. Si insinua nelle pieghe delle leggi, entra nella giungla delle circolari, degli interpelli, nel mercatone dei decreti e lo fa per pagare meno utilizzando norme a lui favorevoli. Tecnicamente, quindi, non fa assolutamente niente di illegale. Eppure è considerato un soggetto potenzialmente pericoloso, uno da tenere d’occhio. Di recente anche la Corte di Cassazione ha sentenziato in materia e lo ha fatto come sempre con un linguaggio incomprensibile. Mi pare di aver capito quanto segue, leggendo quella sentenza: l’elusore, di per sé, non è un delinquente; lo diventa – ed è quindi penalmente punibile – quando con i suoi atti (e quindi con la riduzione delle imposte) viola le norme antielusive superando la soglia di punibilità sancita per l’evasione fiscale. Il concetto è: caro elusore, non sei un parassita sociale, giustamente utilizzi norme a tuo favore per pagare meno tasse e meno imposte; ma attenzione: non devi esagerare perché se hai un buon commercialista e usi bene le norme a tuo favore ed eviti, di conseguenza, di pagare un bel po’ di tasse e imposte, allora sì che diventi un delinquente perseguibile. É un fatto di quantità, dunque. O, se volete, un invito alla moderazione, a utilizzare misuratamente le norme quando le norme aiutano il contribuente. La Cassazione, come è noto, cavilla sul cavillo ma quello che sentenzia ha rigore e rango normativo.

Penso al partito che vende la birra e poi pontifica sull’elusione fiscale, al panino venduto senza scontrino e certamente preparato senza inflessibilità sanitaria. Ai circoli serrati, alla Finanza. Alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica che il cittadino deve per forza conoscere come l’incallito scommettitore tenuto a conoscere e saper leggere le bollette della Sisal. Penso alla moderazione che il fisco richiede nell’applicazione delle norme quando quelle norme sono favorevoli per il contribuente. Penso: uno Stato è qualcosa di veramente ridicolo. Al mondo, se vuoi complicare le cose semplici, non c’è niente di meglio di uno Stato.