La Provinciale per la montagna è dormiente e contadina. Ha una sua curiosa regolarità: una curva a sinistra, un rettilineo, una curva a destra, un rettilineo, una curva a sinistra e così via per diversi chilometri. È piana. Non sali, non scendi ma ondeggi seguendo i confini dei campi imposti durante l’ultima riforma agraria, con i poderi tutti uguali dati dall’Opera Nazionale Combattenti. Di lato, i campi coltivati a grano, pomodori, vite: cose essenziali. Non c’è lusso qui, ma cocciniglia e ragno rosso, gramigna e papaveri fermati solo dal canaletto di scolo parallelo alla strada. Ė subito dopo il ponte sul torrente sempre secco e divorato dalle canne che succede qualcosa. Niente più rettilinei, niente più curvette. La regolarità si rassegna e cede alla montagna che comincia, violenta, con le cave a destra e a sinistra; la strada incerta si mantiene equidistante tra i limiti non segnati di quei precipizi. A destra e a sinistra. C’è da stare fermi, lì, perché se hai le vertigini il cuore ti sale in gola, cominci a sudare e ti chiedi perché stai vivendo proprio in quel posto.

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La foto è mia.

#parole. Felicità

Pubblicato: 8 giugno 2013 in Brogliacci, parole

Ho imparato che la felicità non è niente di complicato. Non pretende ossessioni, non reclama ansie. Non vuole tortuosità e ostinazione. Non tollera fughe, rifugi, furbizia. Trucchi. È una cosa facile.

Da qualche settimana sto partecipando anch’io – segretamente, da clandestino, con un po’ di vergogna – alle liturgie di quella branca della religione dell’immagine che è Instagram. Lo faccio con qualche disagio sentendomi sciocco, inadeguato, ignorante. Analfabeta.
Eppure sembra molto semplice. Scatti una foto quadrata, la passi al make up dei filtri, metti una cornice e pubblichi nel tuo profilo. Questione di una ventina di secondi. Il trucco è quasi sempre pesantissimo: contrasti forti e colori sparati.
Sarà pure semplice, bello, immediato, ma io pecco di superbia. Per me una fotografia è profondità di campo, è luce da leggere su un volto, è scelta del fuoco, è “taglio”. È saper guardare prima del clic, è scelta di un significato. È la capacità di essere testimone, è la sfida della rappresentazione; non è, invece, un gesto di (apparente) bellezza la cui elaborazione è affidata al software. Pecco di superbia, quindi, e per di più non so essere moderno. Peggio: non so essere ipermoderno.
Come Twitter rende tutti poeti e Facebook rende tutti comunicatori, così Instagram rende tutti fotografi. Basta uno smartphone, una app gratuita e sei qualcuno, sai fare qualcosa. È così semplice. È così bello.

#parole. Male

Pubblicato: 9 ottobre 2012 in parole
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In Bosnia ho imparato che il male è più razionale, più guardingo, addirittura più coerente del bene. Avverte molto prima l’odore del pericolo e la puzza dell’imbroglio.

Paolo Rumiz – “Maschere per un massacro” – Feltrinelli, 1996-2011

 

Sono stato di recente agli studios di Cinecittà. Sono occupati dal 4 luglio dai lavoratori. Non serve chiedere quando è cominciata l’occupazione: lo impari comprando una calamita a forma di ciak che i lavoratori vendono assieme a t-shirt, spillette e poster di dive e divi del cinema, a memoria del fulgore delle storie che in quei teatri alla periferia di Roma hanno preso sostanza. Ed è occupata con due k: OKKUPATA. Ci sono bandiere dei sindacati, su via Tuscolana, un paio di gazebo, tavolini per la raccolta firme contro la chiusura di Cinecittà e per la vendita dei gadget. I poster delle dive sono fermati da sassi di fiume per impedire che il vento possa portare via quegli articoli di genuino autofinanziamento. Su ogni sasso c’è, scritto alla buona con un pennarello nero, il nome di una star: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Giulietta Masina e via dicendo.

Dunque la faccenda è piuttosto semplice: al posto degli studios dovrebbero sorgere alberghi, spa, parcheggi e uffici, a sfregio della storia di quel posto. E sembra inevitabile, perché sono anni che a quanto pare lì non si fanno produzioni cinematografiche in grado di giustificare quel luogo così com’è. I vecchi teatri di posa sono, piuttosto, utilizzati come studi di programmi televisivi. Santoro ha fatto il suo “Servizio pubblico”, Fiorello il suo ultimo show, la De Filippi “Amici”.

Per capire come cambiano le cose, state a sentire questa storiella. Sono andato a Cinecittà dopo aver fatto una commissione a via Lamaro, che è uno dei fianchi degli studios. Per comodità ho usato un navigatore gps e quando mi sono trovato a via Raimondo Scintu (un’altra via che fiancheggia l’area), il navigatore ha mostrato un bel pallino rosso all’interno di Cinecittà con, di lato, l’indicazione: “Casa del Grande Fratello”. Perché lì fanno il reality show più importante della televisione italiana. Ecco: Cinecittà non è più la fabbrica dei sogni ma è, piuttosto, la Casa del Grande Fratello.

C’è da dire che negli ultimi anni sono state fatte iniziative per valorizzare quella che era nota come la “Hollywood del Tevere”. Hanno per esempio aperto al pubblico, con biglietto di ingresso, le scenografie di alcune grandi produzioni cinematografiche, hanno creato percorsi didattici; hanno, insomma, musealizzato parte di Cinecittà. Ed è stato un successo. Oggi invece, con una crisi in corso, al posto di trovare soluzioni adeguate si decide di mandare avanti un progetto che prevede la distruzione di parte della storia, la musealizzazione pressocché totale di quel che si riesce a salvare e la realizzazione di confortevoli e moderni alberghi. Pare sia in cantiere anche un parco divertimenti.

Non è il primo caso di abbandono della storia e della cultura, da queste parti.

È successo anche per il prestigioso Teatro Valle, una storica struttura (è la più antica, nel suo genere, a Roma, inaugurata il 7 gennaio 1727) a due passi da piazza Navona. Ci sono andato l’ultima volta a vedere Carlo Cecchi: dava “Sei personaggi in cerca d’autore”. A dire il vero è passato un po’ di tempo. Il Valle era gestito dall’Ente Teatrale Italiano. Quando, nel 2011, l’Eti è stato chiuso, il Teatro Valle ha “temporaneamente concluso” l’attività. I lavoratori, a giugno 2011, hanno occupato il teatro e da allora lo gestiscono in una meravigliosa e gioiosa esperienza di autogestione che sarà presto traghettata (queste sono premesse e intenzioni: vedete http://www.teatrovalleoccupato.it) verso una Fondazione “che sia il più possibile condivisa e partecipata”.

Ma Cinecittà non è il Valle.

Cinecittà ha suoli buoni per costruire, ha la stazione della metropolitana davanti all’ingresso principale, ha pochi vincoli e quei pochi sono superabili o almeno derogabili; ha il casello dell’autostrada vicino e il Grande Raccordo Anulare a un chilometro. Cinecittà è adatta a diventare altro. Costruendo, portando cemento e mattoni. Ed è chiaro che si vuole che Cinecittà diventi altro.

Non c’è speranza in un Paese che vuole a fare a meno della bellezza e delle fabbriche della bellezza. Non merita un presente – quindi non merita un avvenire – uno Stato che riesce a fare a meno della storia della sua gente a beneficio di camere a pagamento con idromassaggio montato in serie, ricchi frigobar e posti auto riservati. Perché va detto che sia il Valle sia Cinecittà sono pubblici. Pubblici dal punto di vista tecnico, legale (nella società di Cinecittà lo Stato ha il venti per cento delle quote); ancor più “pubblici” poiché appartengono alla storia di tutti, a una lingua, a un modo di vedere il mondo e di raccontarlo. Sono presidi di cui solo gli stolti possono fare a meno.

E così i lavoratori di Cinecittà hanno okkupato. A fine agosto si sono svestiti e si sono fatti fotografare nudi. «Come i pompieri spagnoli», ha detto un turista mentre prendeva accanto a me un caffé al “Cine Bar”, un chiosco provvidenzialmente piantato a una decina di metri dall’ingresso principale degli studios e pieno di fotografie del cinema, di autografi di un tempo lontano, sicuramente anche di aneddoti. Hanno okkupato, i lavoranti dei teatri di posa, e passano il loro tempo a raccogliere firme e a dare spiegazioni. Intanto vendono t-shirt, calamite, spillette, poster, con l’intenzione di stare nelle spese e con la speranza di vedere la loro protesta addosso a quanta più gente possibile. L’uomo che mi ha venduto spilletta e calamita, chissà perché, mi ha fatto venire in mente Bartolomeo Pagano.

Pagano era un attore, ma prima di recitare a gloria di un certo cinema italiano dei primi decenni del Novecento quando Cinecittà non c’era ancora, è stato un muscoloso camallo del porto di Genova nonché modello per il monumento di Quarto che lo scultore Eugenio Baroni ha realizzato tra il 1914 e il 1915 per celebrare l’impresa dei Mille. In quel monumento Pagano è Garibaldi; sul grande schermo, invece, è stato Maciste.

Maciste il forzuto, Maciste l’eroe, Maciste il superuomo tronfio tanto esaltato dal fascismo.

Era un camallo, Pagano, e si è consegnato alla celebrità per puro caso, per i fatti bizzarri della vita. Al contrario, il lavoratore del gazebo di Cinecittà, dalla gloria messa a salario di attrezzista o di elettricista oppure di fonico si ritrova a vendere – asprezze del destino – magliette colorate e poster in bianco e nero; e lo fa privo della furbizia del magliaro, privo di abilità commerciali: lo fa dicendoti con lo sguardo che la sua condizione ha sì a che fare con il suo lavoro e quindi con il suo futuro, ma ha a che fare soprattutto con il futuro di tutti. Ed è per questo che per me è un eroe: non come Maciste – anzi, è l’opposto – ma certamente più eroe degli eroi, testimone e vittima di un tempo vigliacco che ci ha insegnato a considerare accettabile, come condizione, la precarietà. E noi ce la stiamo mettendo in testa, la precarietà. La precarietà è la situazione contingente; considera il futuro come un contenitore di incertezze, il passato e il presente come una dannazione. Il precario sta imparando a non immaginare un avvenire: questo gli fanno credere, questo fa. Facendolo, condanna se stesso e il suo futuro alla dannazione del presente e del passato, senza speranza. È la “non speranza” di Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, ma al tempo di Facebook.

E Cinecittà? Continua a essere okkupata e lo sarà a lungo, spero.

Appena possibile, artisti e artiste fanno iniziative di sostegno per riportare l’attenzione sul problema. Ma ormai la faccenda, sui giornali italiani, è retrocessa a mera rivendicazione del posto di lavoro. Ne parlano in America, in Giappone, in Francia, in Germania e il sito http://www.savecinecitta.org dà conto dell’attenzione straniera con una buona rassegna stampa; in Italia la vicenda viene ormai rappresentata come una lotta di lavoratori per il lavoro. Non è solo questo: è tanto altro.

Intanto sui siti di gossip leggo che l’Ottusangolo si sente rovinato dal Grande Fratello, Salvo Veneziano ha rivalutato il senso della famiglia e, infine, la storia d’amore tra Matteo Casnici e Francesca Giaccari è da considerare finita. Me lo segno, me lo segno.

Stipendio dimezzato
o vengo licenziato
a qualunque età io sono già fuori mercato
fossi un ex SS novantatreenne
lavorerei nello studio del mio avvocato
invece torno a casa distrutto la sera
bocca impastata come calcestruzzo in una betoniera
io sono al verde / vado in bianco / ed il mio conto è in Rosso
quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera ?
Su
vai / a vedere nella galera / quanti precari / sono passati ai mal’affari
quando t’affami / ti fai / nemici vari
se non ti chiami Savoia scorda i domiciliari
finisci nelle mani di strozzini / ti cibi
di ciò che trovi se ti ostini a frugare i cestini
né l’Uomo Ragno né Rocky né Rambo né affini
farebbero ciò che faccio per i miei bambini
Per far denaro ci sono più modi / potrei darmi alle frodi
e fottermi i soldi dei morti come un banchiere a Lodi
c’è chi ha mollato il Conservatorio per Montecitorio
lì i pianisti sono più pagati di Adrien Brody
io vado avanti e mi si offusca la mente
sto per impazzire come dentro un call center
vivo nella camera 237 / ma non farò la mia famiglia a fette
perchè sono un eroe.

Caparezza, “Eroe (storia di Luigi delle Bicocche)”, in “Le dimensioni del mio caos”, 2008