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Immagine“L’ultima lettera che scrissi a Mariagrazia fu il ventidue luglio del 1943, la mattina verso le dieci a Foggia. Lo ricordo molto bene, perché mentre scrivevo la lettera, gli americani bombardavano la città. […]

Verso la stazione certi vagoni carichi di carburante e di munizioni avevano preso fuoco e saltavano per aria, sì che a tratti volavano in giro frammenti di ghisa grossi come pipistrelli e crepitavano fitte le cartucce, come se un branco di mitragliatrici impazzite sparasse in tutte le direzioni. Non ho mai visto, nemmeno al cinema, una città bombardata così vera com’era vera Foggia quel giorno; ed in effetti non credo sia possibile riprodurre artificialmente un simile scenario: gli alberi erano tutti mozzati alla stessa altezza, ed anche i lampioni, i pali dell’elettricità, tagliati netti a un metro da terra. E poi le case sventrate, le macerie sparse per terra, dappertutto, in un disordine così completo che poteva sembrare fatto apposta. E poi, in mezzo a tutto, i morti. Erano centinaia di morti, un mucchio di carne macellata e cotta. […] Il più anziano di noi, il caporale Bottai, che era un avvocato di Pisa, ordinò: “At-tenti” e qualcuno si fece il segno della croce. Io no: perché quella non era morte consacrata, era uno scempio osceno del corpo e dell’anima dell’uomo.”

Luciano Bianciardi, L’ultima lettera che scrissi a Mariagrazia, in “La Gazzetta di Livorno”, 6 dicembre 1953

Luciano Bianciardi (Wikipedia)