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Non si sa molto di Michele Rignanese, figlio di Matteo e di Maria Piemontese, nato a Monte Sant’Angelo (Foggia) il 19 dicembre 1897, di professione assistente tecnico. Quel che si sa è che nel 1922 fu dirigente di una cooperativa giudicata dalle autorità “di colore rosso”. E si sa che era socialista, a dispetto dell’annotazione, sul fascicolo del Casellario Politico Centrale fascista, della sua obbedienza a Mosca.
Nel ’23 si trasferì a Roma, continuando la sua attività di antifascista. E nel 1930 fu sottoposto a un provvedimento di diffida. Lasciò l’Italia nel ’36. Andò in Francia, da dove raggiunse la Spagna per combattere con la Repubblica. Si arruolò nel gennaio del 1937 nella compagnia italiana del Battaglione Dimitrov, a maggioranza jugoslava. Morì nel corso del suo primo combattimento, il 12 febbraio 1937, a Morata de Tajuña.

CASELLARIO POLITICO CENTRALE
Unità archivistica – Busta 4327 – Denominazione: Rignanese Michele – Estremi cronologici: 1927-1940
Informazioni personali
Data di nascita: 1897 – Luogo di nascita: Monte Sant’Angelo, Foggia, Puglia – Luogo di residenza: Francia – Colore politico: comunista – Condizione/mestiere/professione: assistente tecnico – Annotazioni riportate sul fascicolo: iscritto alla Rubrica di frontiera, radiato – Codice identificativo: R03536

Aveva mani bellissime da pianista e capelli fulvi da profumiere, l’ungherese Sandor Korda. Nei primi anni ’30 vinse il primo premio come miglior pianista al Conservatorio della sua città, Budapest. Ma la sua speranza per l’umanità ne fece presto un esule. A Parigi si innamorò della figlia di un ricco fabbricante di pneumatici, il signor Roche. E lei, Claudine, amava lui. “Credo di amarti – gli disse un giorno – perché tu rappresenti quel mondo che io inconsciamente sento e non conosco”. Due mesi dopo il loro primo incontro, Sandor fu presentato ai coniugi Roche. “Quel giovane – disse più tardi la signora Roche – era un cuore duro e aveva idee tutte sue sulla filantropia e sul popolo bisognoso”. Per il signor signor Roche, quella specie di giovane esaltato, un po’ pianista, un po’ letterato e molto anarchico, non capiva niente dell’industria in genere e della gomma in particolare: quasi impossibile, dunque, trovargli un posto onorevole nell’azienda ed estremamente pericoloso affidare a mani così poco esperte l’ingente dote di Claudine.
Sandor e Claudine fuggirono in Camargue e, poco dopo, migliaia di giovani, speranzosi come Sandor, partirono da tutta Europa per la Spagna per combattere contro Francisco Franco. Così quella fuga felice in Camargue cominciò a sembrare, per il pianista, una specie di diserzione. Sandor decise di partire e Claudine era intenzionata a seguire il suo amore. Ma la famiglia Roche fece pesare tutta la sua influenza per impedire alla figliola di oltrepassare la frontiera; la spedì, piuttosto, in America per avviarla alla carriera di attrice a Hollywood.
E Sandor… Sandor diventò ufficiale, inquadrato nel battaglione “Royo y Negro” dell’Esercito Repubblicano. E combatteva con coraggio.
Una volta, verso il crepuscolo, i suoi soldati gli portarono un prigioniero, una specie di pastore avvolto in un mantello sdrucito con un cappellaccio calato sopra la fronte. Ma quando il mantello fu strappato, apparve una uniforme di maggiore della fanteria franchista. Sandor diede così disposizione di inviare il prigioniero al comando di brigata e gli offrì da bere e da mangiare. Il maggiore rifiutò con disprezzo, guardò l’ungherese come si guarda un essere basso e vile e chiese: “Quanti chilometri da qui al Comando?” “Nove”, rispose Sandor. “Voglio un cavallo, allora. Sono un ufficiale superiore e non vado a piedi”. “Qui non ci sono cavalli e voi non siete un maggiore, siete soltanto un prigioniero ribelle”. Il maggiore, livido d’odio, guardò Sandor e gli sputò sul viso. Sandor lo fulminò con una palla nel cranio.
Durante una battaglia, a Codos, Sandor organizzò una estrema difesa della città: i carri armati franchisti avanzavano e lui, con un pugno di uomini, affrontò con il petto le corazze di acciaio. Lanciava la sue granate, Sandor. Una fece impennare un carro, ma l’esplosione fu così forte da ferire anche Sandor. E il carro che seguiva il mezzo distrutto passò coi cingoli sul corpo del pianista di Budapest, un uomo con mani bellissime adatte a suonare il pianoforte e fulvi capelli, giusti per le réclame in bianco e nero dei profumi francesi.
Quel che restava di quella vita fu recuperato a sera da due donne, la vecchia Asuncion e sua figlia Maria. Sandor fu seppellito alla periferia della città, sopra una piccola altura ombreggiata dai frassini.
Era il 1937 e il signor Mussolini mandava i suoi aerei a bombardare tutta quella umanità speranzosa.

Le informazioni sulla vita di Sandor Korda le ho trovate in “Il maggiore è un rosso” di Francesco Fausto Nitti (Edizioni Avanti!, Milano-Roma, 1955), nella copia del professor Francesco Paolo Giacobbe.

Una immagine della battaglia dell'Ebro

Una immagine della battaglia dell’Ebro

Giuseppe Lagonigro nacque nella città di Foggia il 29 agosto del 1915, figlio di Pellegrino e di Maria Fatigato. Studiò da infermiere ma esercitò per poco tempo perché nel 1935 fu chiamato alle armi. Due anni più tardi entrò a far parte del Corpo Truppe Volontarie, il corpo di spedizione composto in gran parte da volontari inviato in Spagna da Benito Mussolini a supporto di Francisco Franco nella Guerra civile spagnola. Col grado di caporale legionario, Giuseppe Lagonigro combatté coi fascisti nella battaglia di Guadalajara (8-23 marzo 1937). A Guadalajara si fronteggiarono da una parte i franchisti al comando di José Moscardó Ituarte e i fascisti italiani del Corpo Truppe Volontarie del generale Mario Roatta e, dall’altra, i repubblicani antifascisti al comando del generale Enrique Jurado e, tra gli altri, dell’anarcosindacalista Cipriano Mera, del comunista italiano Nino Nanetti e di Ilio Barontini, ferroviere comunista che proprio a Guadalajara assunse, in seguito al ferimento di Randolfo Pacciardi, il comando del Battaglione Garibaldi delle Brigate Internazionali. Fu una battaglia importante: la vinsero i repubblicani, bloccando così la marcia dei franchisti verso Madrid.
Giuseppe Lagonigro, fatto prigioniero dal Battaglione Garibaldi, chiese e ottenne di far parte del Garibaldi, nelle cui fila combatté durante la battaglia dell’Ebro (luglio-novembre 1938), rimanendo ferito alla fine di luglio del ’38. Dopo la “Retirada” fu internato nel campo di concentramento francese di Gurs. Poi si arruolò nell’Esercito Francese.

CASELLARIO POLITICO CENTRALE
Unità archivistica – Busta 2695 – Denominazione: Lagonigro Giuseppe – Estremi cronologici: 1938-1942 – Nel fascicolo è presente: scheda biografica.
Informazioni personali
Data di nascita: 1915 – Luogo di nascita: Foggia – Luogo di residenza: Spagna – Colore politico: comunista – Condizione/mestiere/professione: infermiere – Annotazioni riportate sul fascicolo: iscritto alla Rubrica di frontiera – Codice identificativo: L00376

Dunque…

Pubblicato: 8 febbraio 2012 in pretesti
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Una foto, tanto per cominciare. Una delle tante – e belle, e significative – della guerra di Spagna.