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Tratto da: Maurizio Maggiani, “Meccanica celeste”, Feltrinelli, 2010.

Sono venuto a sapere da lei quello che già sapevo sul suo conto, e altro che sentivo per la prima volta. Mi ha detto tutto quanto in modo piano, dolce, come se avesse premura di spiegarmi qualcosa che avrei fatto fatica a ricordare. Mi ha detto di aver avuto un padre, una madre e una sorella più grande, che l’ultima volta che li aveva visti stavano tutti quanti litigando con lei che voleva a ogni costo un ghiacciolo all’amarena proprio mentre l’altoparlante della stazione diceva che stava per arrivare il loro treno. Mi ha detto che l’ultima cosa che sua madre le ha detto è stata: smettila, per favore. E lei l’avrebbe smessa comunque, perché non aveva mai visto sua madre così esasperata, e sudata. Andavano al mare dalla zia, in un posto che a lei piaceva moltissimo, a Cesenatico, sul Mare Adriatico; un posto così bello che lei era sicura di voler bene più a sua zia che a sua madre. Mi ha detto che si ricorda di suo padre voltato di spalle, imbronciato con lei che era la sua preferita; era così alto che se voleva fare la pace con lui doveva ancora arrampicarsi su per le gambe, e poi aggrapparsi alla sua cinta, e poi ancora su per un metro, prima di arrivare a strofinarsi contro la sua guancia spinosa di barba.

Mi ha anche raccontato che all’ospedale non piangeva mai, anche se non sentiva altro che piangere: bambini come lei e pure più grandi; che veniva una dottoressa a dirle di piangere, e poi sua zia, sempre la stessa cosa. Ma lei non aveva mai pianto; neanche per il ghiacciolo aveva pianto, neanche per il braccio rotto in due all’asilo. Questa storia che doveva piangere la metteva in agitazione, e per anni e anni è stata sempre lì, a scuola, in palestra, in casa della zia Edda, alla spiaggia, a sentirsi di dover piangere senza riuscire a spiegare perché non le veniva. Mi ha detto che alla fine ci è riuscita ad accontentare gli amanti del piagnisteo. […]

È stata la sua cura, e dice che ha funzionato. Quando a diciott’anni è andata a studiare a Bologna, non le ha dato nessun particolare fastidio passare ogni mattina e ogni sera dalla sala dove a cinque anni aveva litigato per il colore di un ghiacciolo un attimo prima di perdere la sua famiglia. E per avere una prova irrefutabile della bontà della cura, è restata a vivere con la zia Edda per tutto il tempo dell’università, viaggiando in treno, come tanti dei suoi amici del mare. Lei calcola di essere passata dalla sala del ghiacciolo non meno di mille e duecento volte, senza mai provare qualcosa di speciale. Solo, ogni volta, si fermava un attimo davanti alla targa di pietra dove sono scritti i nomi di suo padre, di sua madre e di sua sorella. E già che c’era dava una scorsa a tutti gli altri nomi. Così che li ha imparati a memoria. E questa è la parte della cura che ha deciso di intraprendere di sua iniziativa.

La tranquillizza molto conoscere uno per uno tutti quelli che erano lì quella mattina mentre lei faceva i capricci. Le dà l’idea che fossero tutti li assieme, una grande famiglia che se ne andava a fare i bagni a Cesenatico dalla zia signorina. La mette a suo agio di poterli chiamare ciascuno con il proprio nome e ricordarsi di loro a quel modo tutte le volte che gliene viene voglia. Preferisce così: sapere di essere orfana di tutti quanti e ottantacinque; preferisce non fare preferenze.

Maurizio Maggiani

#parole. Autorità

Pubblicato: 28 aprile 2012 in parole
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L’autorità sa che non siamo imbelli, e giustamente ci teme. Ci teme fin da quando Alfonso d’Este scoprì che le sua amate bombarde erano stupidi giocattoli senza il genio dei cannonieri del distretto granducale di montagna, e si sentì obbligato a patentarci, cullandosi nella singolare fantasia che, messi a salario, gli saremmo stati servi riconoscenti. Sappiamo che l’autorità trova un suo nascosto piacere nel vedersi temebonda: il timore è ciò di cui dispone per calcolare la quantità di inimicizia e rancore che è capace di generare il suo potere, e dunque per valutare la sua stessa efficienza.

Maurizio Maggiani, “Meccanica celeste”, Feltrinelli, 2010

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