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La famiglia ideologica No Tav

Pubblicato: 11 aprile 2012 in parentele
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C’è una lezione importante che il movimento No Tav sta dando al Paese. Solo che il Paese non sembra rendersene conto.
Va detto, per cominciare, che non è corretto dare al Paese tutte le colpe della scarsa conoscenza delle motivazioni dei No Tav, del loro modo di agire, delle pratiche, delle scelte comunicative e finanche degli atteggiamenti dei valsusini nei confronti degli operatori dell’informazione. Perché i grandi media – tranne rare eccezioni – non dimostrano di voler fare lo sforzo di andare oltre il racconto dei disordini, dei blocchi, delle occupazioni; hanno imparato a conoscere i rituali e le consuetudini del movimento e a quelli si adeguano come a una quotidiana conferenza stampa, come se si ritirasse il mattinale nella caserma dei carabinieri. Si ricorre allora alla facile semplificazione di etichettare come “vandalica” l’apertura dei varchi autostradali, si definiscono “flash-mob” episodi di lotta che non sono affatto flash e a corredo di tutto riportano inutili dichiarazioni dei politici e dei guru del Pil. La stampa ha intravisto, in più di una occasione, una parentela tra i No Tav e i movimenti campani anti-discarica ignorando in questo modo la reale, innovativa portata di quello che sta accadendo in Val di Susa. E arriva a semplificare – semplifica, ancora – riducendo la lotta dei valsusini ai minimi termini: cioè la lotta di chi non vuole una grande opera pubblica nel giardino di casa. Come se la Tav fosse una discarica, una centrale nucleare, un rigassificatore o un’area di servizio autostradale.
L’informazione, la politica, l’economia e la finanza sono presi da un rigore religioso: la Tav si deve fare perché è giusto, perché la sola realizzazione dell’opera porterà lavoro e ricchezza (e crescita, va da sé) al Paese; perché, infine, la maggioranza del Paese, tramite i propri delegati in Parlamento, ha così deciso per il bene di tutti ed è così che si deve fare nel metodo e nella sostanza. Senza discutere. Il presidente della Repubblica Napolitano, pur dichiarando la sua incompetenza tecnica, sa esattamente da che parte stare. Dalla parte della Tav. Devotamente. La Tav è un’opera che si ritiene santa.
C’è finanche un problema legato alla definizione e alla rappresentazione della “violenza”, in Val di Susa come nel resto del Paese: l’ombra dei black block piuttosto che quella degli anarco-insurrezionalisti o dei centri sociali viene rappresentata come un grave pericolo per la democrazia, cieca violenza contro le istituzioni. A dire il vero, la violenza di cui si teme il carattere sovversivo – e per questo i manifestanti subiscono la repressione dello Stato, che impegna un buon numero di uomini sul campo – non è nient’altro che resistenza e protesta che molto spesso non ha affatto il carattere deliberato del danneggiamento e della distruzione. Molto spesso, non sempre.
Le categorie del nemico utilizzate da ministeri, prefetti e polizie sono sempre le stesse: anarchici, centri sociali, violenti giunti dall’estero per scatenare violenza purchessia. Delinquenti o giù di lì, insomma. A tutto ciò viene contrapposta la sovranità nazionale – rappresentata da governi e parlamenti ammantati dalla caratteristica della legittimità – che deve essere nelle condizioni di decidere cosa è meglio fare per tutti.
Ecco, la vera contrapposizione è tra la società moderna che tutto giustifica e tutto pretende per la sacra modernità e la società tradizionale che si fa comunità e pretende di avere – e di poter esibire – ottime ragioni per sé, innanzitutto, e in subordine per tutti gli altri. La Val di Susa e quanti alla lotta No Tav sono solidali, si sono fatti famiglia, famiglia ideologica. I vincoli parentali e rituali della società tradizionale si trasformano in urgenza di responsabilità e si contrappongono alle consorterie della politica e dell’economia le quali, legate dalla premura del fare – fare, occorre ripeterlo, perché si ritiene giusto e necessario –, trovano nella legittimità formale della decisione l’unica buona ragione da difendere coi manganelli. Ecco, spacciato da un pusher di Stato, il concetto di legalità.
È questa la lezione: quella No Tav è una società che torna a essere – e sa farlo bene, con tenacia – comunità, è un pubblico che non sa essere spettatore e che ai comandamenti della crescita oppone la ragionevolezza della crescita giusta, se non della decrescita e della frugalità. È una grande e buona famiglia ideologica. Una opportunità per tutti.
I media non riescono a notare tutto questo, compressi come sono nelle regole di una democrazia insulsa, di una economia avvelenata, di uno Stato straccione. E rappresentano, narrano, rendicontano e riportano garantendo sempre l’ultima parola a quanti pretendono di rappresentare gli interessi comuni, il bene del Paese, le sovrane richieste delle stazioni appaltanti di opere, costumi, abitudini e incanti.
Non è azzardato o blasfemo il paragone: il movimento No Tav è famiglia ideologica come famiglia ideologica è stata la Resistenza. Con le sole differenze dovute al tempo e alle circostanze.