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Alberto Sordi ne “I vitelloni” di Federico Fellini

C’erano i circoli privati fino a qualche anno fa ed erano parecchi. Facevi la tessera e ci andavi quando ti pareva non tanto per le attività culturali quasi inesistenti, ma per bere la birra a buon prezzo. Poi la Finanza ne ha chiusi un bel po’: l’attività culturale era una copertura (così dicevano ai giornali i finanzieri al termine dei controlli e una volta messi i sigilli ai locali) perché a loro giudizio l’esercizio era in realtà commerciale a tutti gli effetti. Di ristorazione, qualche volta. Il buon prezzo per l’utente finale era garantito da un regime fiscale favorevole: niente (o poca) Iva, niente burocrazia da mantenere, scarsa attività consulenziale su fatture e carte bollate, nessun obbligo di registri fiscali, nessun adempimento riguardo le uscite di sicurezza, eccetera.

Era un buon sistema, devo dire. Buono e tendenzialmente equo: i gestori di questi circoli campavano, non diventavano certo milionari grazie all’Iva risparmiata. Ed era, va detto, legale.

In questi giorni sono andato alla festa di un grande partito. Sono quelle feste estive messe a luglio, feste in cui si parla di politica, di società, di cultura. Di temi di interesse generale, insomma. Dibattiti, reading, interviste, cinema all’aperto e cose di questo genere. E bancarelle: una fiera di paese. C’è anche la ristorazione, a volte appaltata a ristoranti veri e propri (ovviamente profit), a volte gestita direttamente dai volontari del partito. No profit, dunque. Fai la fila alla cassa (anzi, da quello o quella che raccoglie i quattrini), paghi e ti danno subito il fogliettino numerato dei blocchetti colorati Buffetti grazie al quale potrai prendere un po’ più avanti il panino con la porchetta o col wurstel, e la birra. Fateci caso, se ci andate: i soldi sono manovrati sempre in cassette portavalori da ufficio, quelle di vernice rossa o verde, con la chiusura a chiave e la maniglia di metallo lucente.
Probabilmente i partiti utilizzano lo stesso sistema dei circoli privati. Non lo so per certo, ma immagino di sì. Con una differenza: la tessera, in questo caso, non serve per prendere birra e panino. La Finanza non va a chiedere scontrini e ricevute. Anzi: all’ingresso dell’area della festa trovi la Polizia di Stato a far la guardia, pronta a intervenire in caso di odiose provocazioni sempre possibili quando di parla di ideologie e di come si immagina il presente per realizzare qualcosa di buono per il futuro.
La cosa, va detto, non mi scandalizza. Trovo, certo, una differenza importante: il partito può vendere tranquillamente la birra e i circoli privati, invece, hanno la Finanza alle natiche.
Non mi scandalizza, ma mi fa venire in mente il concetto contorto dell’elusione fiscale.

Un frame dello spot dell’Agenzia delle Entrate

Il fatto è questo.
L’evasore fiscale è il noto parassita della pubblicità televisiva dell’Agenzia delle Entrate. Dovrebbe pagare, ma non lo fa. Vive a spese degli altri, dicono le Entrate. L’elusore, invece, le tasse le paga, ma in misura ridotta. Cioè: l’elusore utilizza norme esistenti, vigenti, per pagare otto al posto di dieci. Si insinua nelle pieghe delle leggi, entra nella giungla delle circolari, degli interpelli, nel mercatone dei decreti e lo fa per pagare meno utilizzando norme a lui favorevoli. Tecnicamente, quindi, non fa assolutamente niente di illegale. Eppure è considerato un soggetto potenzialmente pericoloso, uno da tenere d’occhio. Di recente anche la Corte di Cassazione ha sentenziato in materia e lo ha fatto come sempre con un linguaggio incomprensibile. Mi pare di aver capito quanto segue, leggendo quella sentenza: l’elusore, di per sé, non è un delinquente; lo diventa – ed è quindi penalmente punibile – quando con i suoi atti (e quindi con la riduzione delle imposte) viola le norme antielusive superando la soglia di punibilità sancita per l’evasione fiscale. Il concetto è: caro elusore, non sei un parassita sociale, giustamente utilizzi norme a tuo favore per pagare meno tasse e meno imposte; ma attenzione: non devi esagerare perché se hai un buon commercialista e usi bene le norme a tuo favore ed eviti, di conseguenza, di pagare un bel po’ di tasse e imposte, allora sì che diventi un delinquente perseguibile. É un fatto di quantità, dunque. O, se volete, un invito alla moderazione, a utilizzare misuratamente le norme quando le norme aiutano il contribuente. La Cassazione, come è noto, cavilla sul cavillo ma quello che sentenzia ha rigore e rango normativo.

Penso al partito che vende la birra e poi pontifica sull’elusione fiscale, al panino venduto senza scontrino e certamente preparato senza inflessibilità sanitaria. Ai circoli serrati, alla Finanza. Alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica che il cittadino deve per forza conoscere come l’incallito scommettitore tenuto a conoscere e saper leggere le bollette della Sisal. Penso alla moderazione che il fisco richiede nell’applicazione delle norme quando quelle norme sono favorevoli per il contribuente. Penso: uno Stato è qualcosa di veramente ridicolo. Al mondo, se vuoi complicare le cose semplici, non c’è niente di meglio di uno Stato.


Dati, numeri, statistiche e sondaggi invadono la nostra vita e la condizionano. È una preoccupante tendenza della società dei consumi. Anzi, è una precisa strategia.

Basta aprire un quotidiano, uno a caso. Ci trovate a pagina due il sondaggio sulla tenuta del governo, a pagina tre l’infografica sull’incidenza del costo della benzina nel budget della famiglia media italiana; due pagine dopo trovate i numeri sulla quota di mercato della tal società elettrica e nella pagina successiva, magari, il balzo fatto nell’ultimo mese da un particolare modello di smartphone.

Tutti questi numeri sono messi lì non tanto per rappresentare tendenze, quanto per condizionare pesantemente le nostre scelte, i nostri acquisti, il nostro agire sociale e spesso la nostra stessa opinione.

C’è una differenza importante tra sondaggio e dati statistici, lo so bene. Il fatto è che ho l’impressione che i numeri – a prescindere dalla fonte e dalla tecnica impiegata per metterli insieme e organizzarli – siano negli ultimi anni utilizzati allo stesso modo.

Dietro i sondaggi, ad esempio, ci sono oggi regole, leggi, c’è una scienza, ci sono studi e tesi di laurea, tecniche, ci sono esperti della materia; ci sono agenzie che li realizzano, e i loro affari promettono al comparto un radioso futuro. Il piatto è ricchissimo.

I sondaggi di opinione sono nati quando nel mondo si è delineato ben chiaro il concetto di “opinione pubblica”. Un pubblico sufficientemente vasto, cioè, raggiunto adeguatamente dai mezzi di comunicazione di massa, riesce a esprimere una tendenza scientificamente misurabile su determinate materie, su oggetti, su prodotti, su stili di vita: questo è il concetto. Dopo le maggioranze politiche, così, sono nate le maggioranze all’interno dell’opinione pubblica. E come in tutte le misurazioni di questo genere, le minoranze emergono come tali: marginali, emarginate, trascurabili o, al contrario, da conquistare.

Pensiamo alla politica. Un uomo di governo o di partito è ormai abituato a informarsi settimanalmente sulla tenuta di questa o di quella formazione politica, sul gradimento e sul consenso su una determinata proposta, è addestrato a masticare percentuali e grafici. Si vota costantemente su tutto, insomma, e il guaio è che non ce ne rendiamo conto. Ovvio che la politica sia condizionata nelle sue scelte dagli umori dell’opinione pubblica, adeguatamente raccolti e rappresentati dalle agenzie che realizzano sondaggi. Una volta l’azione di un governo era sottoposta alla stretta osservanza di una ideologia. Un’ideologia è qualcosa di più complesso di una opinione: è un modo di stare al mondo, un modo di stabilire e curare relazioni politiche e sociali. È un modo di immaginare l’avvenire. L’ideologia offre soluzioni, condivisibili o meno; l’opinione no.

Nel mio ufficio sono interpellato almeno due volte a settimana da queste agenzie. Chiedono la mia opinione sugli argomenti più strani. Mi chiedono tempo per rispondere, mi rubano tempo. Ho imparato a barare, ho imparato a riconoscere dalle domande poste il committente del sondaggio e soprattutto l’obiettivo; ho imparato anche – se non ho tempo o non ho voglia – a ripondere in modo da interrompere gentilmente l’intervista alla seconda o alla terza domanda. Per impraticabilità, per dimissione dall’oggetto da sondare. Per estraneità.

I sondaggi condizionano anche i nostri acquisti, non c’è che dire. Sugli smartphone e sulle automobili, per esempio. Trangugi le percentuali relative alle quote di mercato dell’iPad rispetto ai concorrenti, stai per comprare un tablet e ti chiedi: ci sarà pure un motivo, una spiegazione al fatto che l’iPad nel mondo venga utilizzato dalla stragrande maggioranza degli utenti di quel segmento? Non cerchi la risposta: ti arrendi all’evidenza, ti convinci. Diventi, cioè, maggioranza. L’effetto è psicologico. Stiamo parlando di una potentissima protesi bionica della pubblicità, di una forma subdola e gratuita di pubblicità. Nella pubblicità c’è tanta psicologia.

E noi?

Noi come i politici abbiamo imparato a compiere scelte in base alle statistiche e ai sondaggi. Tendiamo a diventare maggioranza, ci piace farne parte; e se non lo siamo, se non ci stiamo dentro, basta comprare l’iPad per avere cittadinanza in una maggioranza addirittura planetaria.

Ricordo la mia infanzia. Sto parlando di meno di quarant’anni fa, non dell’immediato dopoguerra. C’era uno scarso condizionamento nei miei bisogni. C’erano cose belle e brutte, costose o economiche, adeguate o inadeguate. Utili o inutili. Possibili o impossibili. C’era il sogno e c’era l’ossessione di un desiderio. Non sono un nostalgico, ma indubbiamente era più semplice e perfino coerente.

C’era un bel po’ di futuro nelle nostre vite, quando si era piccoli. Oggi possiamo solo accontentarci del presente con l’aggravio di spese che consiste nel non poterlo misurare effettivamente. Ci sono i sondaggi e le statistiche a misurare il presente. Potremmo allora misurare quanto passato ci resta, ma un presente così pervasivo e feroce ce lo impedisce.

Le foto sono di @akim_olajuan