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La telefoto in bianco e nero mostra il cavalier Francesco Vitale, anziano sindaco di Lipari, mentre si reca all’incontro con i mafiosi. Lui è al centro della foto, cammina; ha un abito che sembra grigio, la giacca chiusa da un solo bottone, la camicia bianca, la cravatta scura. È in ordine. Intorno ha le guardie del Comune e altre persone definite “autorità” nella didascalia. La foto è stata scattata a Filicudi il giorno prima, quando i centocinquanta abitanti della piccola isola hanno preso le loro poche cose, hanno sprangato usci e finestre delle loro case e sono fuggiti a Lipari abbandonando alla loro sorte vacche, pecore e galline per protesta, per l’arrivo di quindici detenuti non graditi. Non tutti sono andati via, a dire il vero. A Filicudi ci sono ancora il delegato comunale signor Zagami, l’ufficiale di posta, il medico dottor Rosario Federico e un vecchio di ottantatré anni, Antonino Rando. Una volta Antonino era l’unico fornaio dell’isola, dalle sue grosse mani per decenni è uscito il pane che ha tirato su intere generazioni, certamente tutti i centocinquanta profughi scappati a Lipari con la motonave e altri ancora che, poveretti, non ci sono più. Ora il vecchio fornaio sta male, rischia di morire da un momento all’altro e incurante di tutto quel baccano, ha deciso di morire lì: se proprio deve succedere, ed è evidente che prima o poi deve succedere, deve succedere lì. Tra le sue cose, sulla sua isola, in mezzo all’aria di sempre. Il dottor Rosario Federico è rimasto per lui, non per i mafiosi portati sull’isola in soggiorno obbligato; non come il prete, profugo come tutti gli altri.
C’è da dire che i quindici mafiosi comprendono il disagio degli abitanti di Filicudi con una certa sincerità. Lo ha detto anche il noto prigioniero John Bonventre. Ha detto questo, con la sua solita voce solenne impastata di catarro: «Capisco benissimo lo stato d’animo della popolazione, perché anch’io sono stato costretto a lasciare la mia casa». Per tenere sotto controllo i quindici malavitosi, sono arrivati sull’isola trecento carabinieri e non hanno fatto una bella figura. Il giorno prima, mentre il cavalier Vitale andava a parlare con i mafiosi, al porticciolo era arrivata la motonave Ustica con l’intenzione di sbarcare furgoni cellulari spediti da Palermo. Ma a Filicudi non c’erano strade adatte a quei mostri e i profughi in partenza un po’ bestemmiavano e un po’ ridevano per quella invasione di inutili macchine a gasolio.
Questa storia sta sul giornale del mattino di sabato 29 maggio del 1971. A pagina nove, a esser precisi. Il giornale è “La Stampa”. Oltre alla drammatica telefoto del sindaco cavalier Vitale c’è, sulla vicenda, un bel servizio dell’inviato speciale Gigi Ghirotti.
Quella mattina, il primo canale televisivo nazionale trasmetteva con inizio alle ore 10, ma solo per la zona di Palermo, un programma cinematografico.

Nell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, una donna di trentaquattro anni era da poco entrata in sala operatoria per un banale parto cesareo. Il terzo, per lei. Per tutta la gravidanza aveva sperato di crescere una figliola, ma l’indovina del paese, un giorno, toccandole la pancia, aveva sentenziato: è masculo, è proprio masculo. Per ore la puzza che l’indovina Marietta aveva nelle mani era rimasta attaccata sulla pelle gonfia e tirata ed era una puzza di ricotte e caciocavalli, di forme di cacio e di scamorzoni affumicati. Marietta lavorava il latte vaccino da quando era ragazzina, ma una volta fatti cinquant’anni – e la cosa si era verificata da poco più di sette anni – aveva cominciato a esercitare gratuitamente una attività di consultazione e spiegazione in merito alle delicate faccende del futuro. Così era diventata una autorità in paese, più del sindaco pro tempore. E sempre più era ricercata per i consulti, a danno dei suoi affari con i formaggi e a cagione della chiarezza dei fatti che andava a spiegare. Niente di tutto questo, ovviamente, stava sul giornale, trattandosi di affari del tutto ordinari e di nessun interesse pubblico.

Quella mattina non c’era solo il problema dei profughi di Filicudi. Sullo stesso giornale c’è ad esempio un’altra drammatica telefoto.
Ci sono due donne vestite di nero; una delle due è molto anziana, cammina con il bastone e guarda il fotografo, guarda in camera. Tiene stretto nella mano sinistra un fazzoletto bianco come se stringesse la sua anima per non farla fuggire. Dietro di loro si vedono chiaramente un ragazzino con i calzoni corti e un uomo anziano con una coppola in testa; si capisce che tutta quella gente si trova in una campagna. Camminano, vanno. La didascalia spiega che quella è gente di una borgata chiamata Fornazzo, nel comune di Milo; e che si reca nei campi distrutti dal flagello della lava dell’Etna. La colata è a sette-ottocento metri dalle case e intanto ha invaso campi e strade. Era già successo e se è per questo succederà ancora. È successo, per esempio, quando nel secolo XIX la gente di questo posto, quasi tutti boscaioli, s’era inventata il commercio della neve. Ne commerciava in grande quantità, la rubava alla montagna sulle coste intorno agli ottocento metri di altitudine. Poi un’eruzione ha distrutto la teleferica di legno e corda che i boscaioli avevano costruito per portare la neve in paese ed è finito il commercio.
La vecchia vestita di nero che tiene stretto il fazzoletto bianco forse ricorderà qualcosa di quegli antichi traffici dei suoi padri, di quel facile contrabbando; avrà passato la sua vita a soppesare sciagure e a maledire il destino e intanto, come testimonia la foto, porta la figlia – sì, è certamente la figlia – e il nipote in calzoni corti in visita sui luoghi del nuovo affronto, nei posti dove la montagna ha fatto un altro sgarbo. Ha deciso di portarli così, giusto per chiarire ancora una volta a quella progenie quale vita meschina è toccata in sorte e per ragionare sull’imprevedibilità delle vicende umane.

Alle 10,30, appena finiva il programma “Un disco per l’estate”, il giornale radio del secondo canale dava le ultime notizie e aggiornava quelle già date nelle precedenti edizioni. Quel giorno, tra le altre cose, il radiogiornale ha detto che non c’erano novità nelle indagini sul ferimento, avvenuto a Bagnoli davanti al “Bar Notturno” di Via Ilioneo, del sottufficiale di Pubblica Sicurezza Pasquale Santoro, trentacinquenne brigadiere in servizio alla “Celere” di Napoli.
Il fatto è questo.
Santoro era in borghese ed era andato al bar per comprare un etto di caffè. E il caffè lo aveva pure comprato, ma uscendo dal locale aveva visto due giovani impegnati in una scazzottata. Sembrava di stare sul set di uno di quei film della coppia formata da Bud Spencer e Terence Hill, di cui proprio in quei giorni davano al cinema l’ultima fatica, “Il corsaro nero”. Invece no. Invece i due si stavano picchiando sul serio mentre altri clienti del bar – soldati americani della Nato e marittimi stranieri – guardavano. Allora Santoro si è qualificato e ha tentato di dividere i due. Tirato via da uno spettatore sconosciuto, il sottufficiale si è sentito dire: «Fatevi i fatti vostri, è una questione che deve essere risolta solo tra loro». Un avvertimento, che Santoro non ha ascoltato: ha tentato così di dividere nuovamente i due. A quel punto si è sentito un colpo di pistola e tutti sono scappati. Santoro no: non avrebbe potuto, del resto. Santoro si è trovato con un buco di proiettile al piede. Ad ogni modo, non c’era alcuna novità nelle indagini, come aveva spiegato il radiogiornale delle 10,30. Il proprietario del bar, sentito dagli investigatori, aveva detto di non conoscere nessuno dei protagonisti della zuffa.
E tante altre faccende di sangue sono successe in quei giorni. E parecchi incidenti. Tutti i fatti sono riportati sul giornale di quel sabato mattina.
A Orbassano un operaio di 47 anni, Aldo Quaranta, era morto mentre riparava la pompa elettrica di un pozzo; qualcosa non è andato bene, una lampada è esplosa e lui – operaio Fiat che nel tempo libero diventava un bravo aggiustatutto a domicilio – era finito giù nel pozzo, morendo sul colpo.
A Torino il piccolo Gianluca di due anni e mezzo, era caduto in una bacinella di acqua bollente; all’ospedale Maria Adelaide di via Zuretti erano stati costretti ad amputargli una falange. E a Wuppertal, in Germania, erano morti in un incidente ferroviario quaranta ragazzi tra i quattordici e i sedici anni di ritorno da una gita scolastica.
Luigi Peta, commerciante calabrese di bestiame di Caraffa, venti anni, aveva confessato di avere strangolato la fidanzata, Concetta Scicchitano, pure lei ventenne. Il fattaccio era avvenuto in macchina. Concetta era incinta e quando ha tentato di imporre a Luigi le nozze riparatrici da celebrare entro pochi giorni, lui prima l’ha strangolata e poi ha fatto precipitare l’utilitaria in una scarpata.
Angela, invece, una contadina quindicenne di Candidoni, vicino Reggio Calabria, non ha confessato niente: è andata direttamente dai carabinieri di Laureana di Borrello e quando è andata aveva con sé l’arma del delitto. Un bastone. Ci è andata con la sua pancia al settimo mese di gravidanza, ha bussato alla porta della caserma e all’appuntato in servizio ha detto: «Ho ucciso mio nonno. Non ne potevo più. Mi ha violentata e adesso aspetto un bambino. Mi minacciava continuamente, mi perseguitava dicendo che se avessi parlato di quanto era successo tra di noi con mio padre mi avrebbe uccisa. Anche questo pomeriggio voleva abusare di me. Non ho resistito più. Ho afferrato questa mazza e l’ho colpito. Non ricordo più quante volte. Non potrà più farmi del male». Il titolo che il giornale dedica al fatto è l’istantanea di una grande tragedia: «Sopprime il nonno che l’aveva sedotta».
Il falegname Peter Bucheli, di 55 anni, internato in una casa di cura a Berna per consumo eccessivo di sostanze alcoliche, aveva scoperto di non avere più una moglie: divorziato d’ufficio. Nessuno gli aveva detto niente. Il giornale racconta la sua storia e spiega che Peter aveva appreso il fatto compiuto quando, dimesso dalle cure, era andato a casa sua.

In quelle settimane era stata messa in vendita una nuova, spettacolare automobile. La Fiat 127 con motore da 900 centimetri cubici. «La 900 come ognuno si aspettava dalla Fiat»: così c’è scritto nella pubblicità a pagina due. C’era da crederci: motore trasversale anteriore da 903 cmc, 47 CV (DIN), trazione anteriore, sospensioni a quattro ruote indipendenti, freni anteriori a disco e posteriori a tamburo, comando freni a due circuiti sdoppiati indipendenti, cinque posti. Un fulmine: faceva 140 chilometri all’ora. Certo, la Ford Capri pubblicizzata a pagina sedici era un’altra cosa: «Se vuoi passare inosservato, lascia perdere la Capri». Ma certamente la 127 era pur sempre una macchina Fiat, una macchina italiana, con i pezzi di ricambio facilmente reperibili, al bisogno. Mica come le auto forestiere!
Proprio a fianco all’inserzione della Fiat, c’è un articolo su un fatto di una certa serietà. Sono fatti della politica, fatti sul Partito Comunista Italiano. Era successo che il congresso del Partito Comunista della Cecoslovacchia, in corso a Praga, si era permesso di rifiutare il messaggio del Pci. Il fatto era stato reso noto da Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito italiano, il quale aveva anche precisato che analogo trattamento era stato riservato al messaggio del Psiup. E pensare che per approvare quel documento s’era riunita appositamente la Direzione nazionale del Pci, e pure a lungo. Certamente il messaggio era stato rispedito al mittente perché dentro c’era scritto chiaro chiaro che «fondamento essenziale dell’internazionalismo è l’indipendenza e la sovranità di ogni partito comunista e di ogni Stato»; un rifiuto, quindi, della dottrina Breznev sulla “sovranità limitata”. Una faccenda serissima. La questione aveva avuto importati riflessi anche nella politica interna, con interventi del Partito Liberale, del Partito Socialdemocratico e del Partito Socialista. I socialisti, in particolare, avevano dedicato alla vicenda un editoriale del loro giornale, anticipato a tutti i quotidiani: «Che internazionalismo è mai questo che impedisce al dissenso di esprimersi? Il tetro ambiente del Pc cecoslovacco offre la spiegazione più immediata, ma la spiegazione vera i comunisti devono cercarla più lontano, all’origine dei fatti che hanno trasformato Praga nella capitale del silenzio e del più avvilente conformismo».
Un fatto importante.

Come è importante – anzi, forse lo era di più – la notizia sull’improvviso esito della missione al Cairo del russo Podgorny il quale aveva inaspettatamente firmato col presidente egiziano Sadat un accordo della durata di quindici anni grazie al quale i due Paesi si impegnavano a consultarsi in caso di crisi e ad aiutarsi a vicenda in caso di aggressione militare di uno dei due “partners”; i russi si impegnavano anche ad addestrare i militari egiziani. Il Patto di Varsavia, con quel protocollo, arrivava così fino al Nilo. Era l’ora della verità, tra Egitto e Unione Sovietica: insieme volevano far capire al mondo intero che le cose andavano fatte bene e sul serio.

Arriva sempre l’ora della verità; rischia di arrivare più volte nella stessa vita e guai a farsela venire nell’età dell’illusione. Meglio allora sperare che arrivi nell’età della delusione. Il concetto era espresso in maniera efficace dal mago Silvan a pagina tre: «C’è, nella vita, l’età dell’illusione e quella della delusione. E viene per tutti il giorno dello choc della verità. Io, con i bambini, mi sento sempre molto imbarazzato e faccio di proposito gli errori perché capiscano che sono un uomo come un altro. Però ne soffrono, lo vedo. A Sara, mia figlia, devo raccontare che suo nonno si è trasformato in un albero per vederla raggiante. Al suo compleanno ho fatto uscire tre colombe dalla pentola che fumava sul fuoco, avevo una gran paura che me ne chiedesse una quarta che non c’era».
Intanto, proprio nell’ultimo giorno della visita ufficiale a Roma del ministro degli Esteri dell’Iran, Zahedi, il vicesegretario del Pci, Enrico Berlinguer, aveva fatto un annuncio: la trattativa tra il governo italiano e la Santa Sede per la revisione bilaterale del Concordato comincerà a metà giugno. Berlinguer lo aveva detto a Palazzo Chigi al termine di un incontro convocato per affrontare il delicato argomento con il presidente del Consiglio dei Ministri, l’onorevole Colombo.
E la Corte d’Assise di Milano, dopo trentasei udienze e undici ore e mezzo di camera di consiglio, aveva condannato gli anarchici Pietro Della Savia (a otto anni di reclusione), Paolo Braschi (a sei anni e dieci mesi) e Paolo Faccioli (a tre e mezzo), accusati di diciotto azioni dinamitarde. Altri cinque imputati erano stati assolti; tra questi, i coniugi Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega. La sentenza era stata accolta dal folto pubblico, quasi tutti giovani della sinistra extraparlamentare, al grido di “Vendetta”, “Fascisti”, “Maledetti fascisti”.

Tutto questo e altro ancora è successo davvero, e di tutto questo dà conto il giornale “La Stampa” di quel sabato.

PS. Quella mattina, la mattina di sabato 29 maggio dell’anno 1971, sono nato io. C’è da dire che la partoriente Carmelina è stata bravissima: sapeva il fatto suo a proposito di cesarei. L’esperta ostetrica, signorina Giuseppina Guida, ha appuntato l’ora della nascita nei registri e nelle carte ufficiali ad uso dell’Anagrafe comunale: le 10. Minuto più minuto meno, va da sé. In quel momento cominciava puntuale sul primo canale nazionale della televisione, ma solo per la zona di Palermo, il previsto programma cinematografico.
Mia madre dice che sono nato con due incisivi già fatti, pronti ad azzannare. Non ci ho mai creduto, ma visto che lo dice da oltre quarant’anni a ogni occasione buona e sempre allo stesso modo e con le stesse parole, qualcosa di vero deve pure esserci.
Carmelina però voleva una femmina e invece è nato un maschio. Vanno così le cose.
Va detto che a una inutile e temporanea rivincita sui desideri nonché sulle previsioni dell’indovina Marietta hanno pensato in maniera bizzarra gli impiegati del Comune di San Marco in Lamis. Quando, pochi mesi dopo la nascita, è arrivato il precetto della vaccinazione, su quelle carte c’era scritto di portare obbligatoriamente a vaccinare non Michele ma Michelina nata, come risultava agli atti, a San Giovanni Rotondo il giorno 29 maggio 1971. La questione, tutta burocratica, prometteva di diventare noiosa, ma Carmelina ha risolto in questo modo: mi ha portato una mattina al Comune, ha mostrato prima il precetto, poi ha esposto le intimità mascule della neonata creatura a tutto l’ufficio, portandole in visione a beneficio di tutti gli impiegati. E così la cosa è andata a posto.

© 2012

Alla sacralità delle intenzioni.

Scalone, San Marco in Lamis – Copyleft: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Scalone.JPG

Mia nonna era nata nel 1906. Sul finire di quell’anno, quando si era quasi nel 1907, Reginald A. Fessenden aveva trasmesso nel Massachusetts il primo programma alla radio con una lettura di poesie, un assolo di violino e un discorso.

Si chiamava Rachele, di nome, mia nonna. E di questo sono certo. Ho qualche dubbio invece sul cognome perché pure lei, su questo, aveva qualche esitazione. Quelle poche volte che nella sua vita è stata chiamata a firmare qualche carta ha scritto Aucello ma secondo quello che ricordava lei, suo padre faceva Augello o finanche Augelli e così pure certi suoi cugini. Fatto sta che lei sapeva scrivere solo Aucello e subito dopo metteva il nome di battesimo. E quello ha scritto quando si è reso necessario; e quel nome ha fatto quando l’autorità ha avuto la premura o la necessità di chiederle qualcosa. Bisognerebbe andare a vedere quel che è stato scritto sulla sua lapide per fare un po’ di chiarezza.

Quando ero bambino, ogni giorno prima di andare a scuola passavo da lei e sulla porta della casa di via Domizio numero 13 non c’era alcun cognome. Non c’era proprio niente, per la verità, nemmeno il campanello. Non serviva. Viveva in una casa di tre stanze: una stanza per ogni piano. Passava tutto il suo tempo al piano terra perché così era più comodo. C’era un letto a vista, in un angolo c’erano gli attrezzi della cucina e poi un piccolo bagno ricavato da poco tempo perché da poco era arrivata la fognatura in paese. C’era anche una macchina per cucire a pedale della Singer sul suo tavolino di fabbrica e siccome non veniva utilizzata, mi ingegnavo a usarla come scrittoio per i compiti della scuola. O ci mettevo le figurine in fila, sempre che non fosse già occupata da bacili di latta bianca pieni di misticanza fresca.

Nei mesi dell’inverno mia nonna vedeva passare il portalettere, gli ambulanti cinesi e i vicini. Ogni tanto si alzava dalla sedia davanti al braciere e con una mano o con uno straccio scostava le tendine e toglieva la condensa dai vetri. Lì riceveva figli e parenti e quando era sera teneva un grosso televisore in bianco e nero acceso e muto. Al massimo accendeva la vecchia radio Geloso, che era ancor più grossa del televisore e gracidava musica classica e notiziari pieni di guai. Non ha mai avuto, che io sappia, un televisore a colori e del resto non avrebbe saputo cosa farsene.

Al primo piano c’era invece un letto col materasso di foglie di granturco, un armadio e delle piante ornamentali e dato che quella stanza era poco utilizzata, quando c’era da salare il prosciutto di porco, quello diventava il posto giusto: aveva la temperatura adatta per far cuocere la carne nel sale. Di fianco all’armadio, nascosto come una tana di volpe, c’era un ripostiglio, chiuso da una tenda fiorata, all’interno del quale, al bisogno, si potevano conservare le foglie di tabacco e i vestiti fuori stagione.

Quando ero alla scuola elementare, una mattina che a casa, svegliandomi, non trovai nessuno, andai come sempre da mia nonna. Mia madre era lì, al piano terra, e con lei tutti i parenti di mia conoscenza e molti altri sconosciuti. Così mia madre mi portò al primo piano e sul materasso di granturco c’era disteso mio nonno, morto. Da lui io ho preso il nome e per la verità non solo quello: ho preso ad esempio certi silenzi sui quali tento di posare quando serve, come su un letto rassettato, le parole giuste adatte a qualcosa di importante.

Ad ogni modo, la terza stanza all’ultimo piano di via Domizio era più piccola delle altre due perché dallo spazio mancante era stato ricavato un bel terrazzo pieno di gerani, basilico e menta. Quando era tempo, c’erano anche i pomodorini a grappolo da insertare al piennolo per l’inverno e addirittura delle piante di melanzana. Nella piccola stanza, mia nonna aveva la sua colonia di colombi e io immaginavo che fossero piccioni viaggiatori destinati a incarichi delicati e segreti. Li allevava con le migliori pannocchie in circolazione ma in certi giorni ci faceva il brodo con carote, sedano e con i pomodorini delle inserte.

Anche quando uscivo da scuola passavo a salutarla e la trovavo sempre seduta: al braciere d’inverno, fuori dalla porta già dalle prime settimane di primavera. Tutto questo fino al 1982. In quell’anno finii le elementari, a settembre arrivò una brutta alluvione, io lasciai quel paese del monte Gargano e andai a vivere in città, in pianura.

In agosto avevo visto per l’ultima volta la scena della contrattazione di mia nonna con un forestiero. Trattava davanti la porta la vendita dei suoi capelli grigi, tagliati e tenuti a treccia, conservati in un fazzoletto blu orlato e ricamato a fiori bianchi. Quella circostanza non mi era nuova perché l’avevo vista diverse volte. Il forestiero era un uomo molto vecchio e molto magro, sembrava smangiato dai vermi o forse era semplicemente consumato dalla fatica di quella sua attività di compratore di capelli a domicilio. Era così alto da fare spavento ai bambini. Non aveva i denti e questo lo capivo, trattenendo la mia curiosità riguardo a quelle gengive vedove, da come, parlando, la mandibola affondava fin sotto il naso. Pagava bene, comprava in contanti. Diceva che i capelli servivano per fare le parrucche per certi notai e certi ambulanti calvi oppure per metterli in testa ad alcune statue della Madonna Addolorata. Questa faccenda delle madonne, però, non l’ho mai verificata perché le addolorate hanno il capo coperto più di ogni altra madonna e per di più guardano in alto. Il forestiero comprava capelli con una strana smania e mia nonna contrattava per ottenere un prezzo buono ma alla fine faceva sempre uno sconto. Perché, mi ha detto una volta, quell’uomo aveva bisogno di molti capelli e se non ne avesse trovati a sufficienza sarebbe stato capace di andare a toglierli ai morti. Questo non andava bene perché, mi ha spiegato mia nonna, i morti avevano diritto a tenere almeno i capelli. E aggiungeva che i capelli dei morti continuano a crescere negli anni successivi alla sepoltura, per molto tempo. Nemmeno questa circostanza, per fortuna, ho mai verificato di persona. Era tutto vero, giurava lei, e mi spiegava che la continua crescita dei capelli altro non è che la testimonianza del fatto che non si vuole morire mai. Mai sul serio, intendeva.

Si capiva che il forestiero aveva una certa familiarità con mia nonna e poi va detto che non era del tutto forestiero. Era infatti in qualche modo imparentato con il parroco della chiesa di Sant’Antonio, un prete che pure da morto metteva paura solo a nominarlo e che aveva passato tanti di quegli anni in paese da aver avuto il tempo e il modo di concedersi tutto. Galera compresa.

La storia è questa e un giorno mia nonna me l’ha raccontata senza tralasciare alcun particolare, nemmeno quelli che solitamente si omettono parlando a un bambino.

Dunque il parroco aveva un nome ma lei si è guardata bene – almeno questo – dal farlo in mia presenza. Certamente aveva anche un cognome ma quello, per via di certe negligenze dell’anagrafe di quel tempo, non poteva essere inconfutabile. Mia nonna parlava di un tempo in cui lei non era ancora nata e forse nemmeno sua madre: un tempo intorno alla metà del 1800, quando nel paese c’era almeno una morte violenta al giorno e occorreva stare molto attenti.

Il prete era molto alto e molto magro come tutti i suoi parenti. Quando diceva messa, a stare ai primi banchi della chiesa, si creava un curioso gioco di prospettiva ed era così possibile vedere il suo corpo sovrapporsi alla croce del Cristo appesa giù in fondo. Forse per questa ragione qualche vedova ogni tanto diceva di aver visto il Cristo muoversi sulla croce durante la funzione e quando lo diceva non veniva certo presa per matta. Questo sacerdote predicava bene. Che poi “predicare bene” per mia nonna significava non tanto dire cose colte e dirle bene oppure avventurarsi nel campo della cura dell’anima degli uomini, o ancora parlare indicando la via che porta alla salvezza e alla resurrezione. Niente di tutto questo. “Predicare bene” significava, piuttosto, dire in pubblico cose giuste. Cioè quelle cose relative alla sopravvivenza, quelle cose che dovevano esser dette contro gli abusi dei padroni e dei soldati. In effetti il prete predicava bene, così bene da dare noia a tutta l’autorità. Più volte era stato avvisato, più volte gli era stato detto che il suo compito era quello di occuparsi delle anime e non degli stomaci vuoti degli uomini e delle bestie. E lui ogni volta aveva ringraziato per il consiglio, sottolineando però che uno stomaco per troppo tempo vuoto tende a farsi piccolo e alla fine divora pure l’anima. Quando arrivava il momento di ringraziare per la visita e di fare il suo discorso su come lo stomaco umano s’attrezza in certe condizioni a trovare alimenti strambi, si passava la mano sinistra sui capelli. Cominciava dalla fronte e arrivava lentamente giù, fino all’ultima punta dell’ultimo dei suoi lunghi capelli neri e ben curati. C’era il sospetto che questo gesto fosse del tutto inopportuno perché distraeva gli interlocutori i quali, alla fine, non erano del tutto convinti di aver capito la sostanza della risposta del prete.

Dopo tanti avvertimenti, l’autorità civile, non potendo più di tanto intervenire su quella religiosa e convinta che il prete non fosse in grado di capire, aveva deciso di fare in modo che tutti credessero che fosse pazzo. Di più: si inventò e mise in giro storie di donne e di sconcezze in sagrestia e nei boschi intorno al paese, oscenità con animali dietro le macchie di ginestra o di ruta, complicità con i delinquenti, furti di pane ai padroni fatti con la scusa di aiutare la povera gente. Si disse persino che sotto una sedia della sua chiesa era stato trovato un gioiello di una certa importanza, frutto di una rapina a una ricca signora e che quando era stato chiesto al prete di fare le doverose precisazioni, lui aveva urlato e minacciato di far finire il mondo. Così in paese cominciò a circolare la voce che il prete poteva, solo desiderandolo, far finire il mondo a dispetto di ogni pretesa di salvamento del genere umano. E poteva farlo con certezza perché era l’unico in grado di usare un certo sortilegio custodito nel prezioso e misterioso gioiello rinvenuto in chiesa che, a quanto pare, la ricca signora derubata aveva avuto da nonni e bisnonni e questi dai loro nonni e dai loro bisnonni fino all’origine di quel dono lontano, opera di un cavaliere crociato di ritorno da Gerusalemme. Durante il battesimo del figlio nato deforme di un pastore, il prete aveva finanche parlato di questo suo potere chiamandolo Pocalisse e da quello che si era capito questo Pocalisse non riguardava le bestie, ma solo gli uomini. Anzi, col Pocalisse erano gli animali ad aver ragione sull’uomo dopo essere diventati dei mostri, in un breve mondo roverso prima della fine di ogni cosa. Forse per questo il prete si rifiutava di benedire le vacche partorienti: perché non c’era alcun bisogno di benedire animali disinteressati alla fine del mondo. Se richiesta, dava però la benedizione a ogni lingua di terra seminata ad avena e a ogni albero di aspre melelle o di gelsi, persino alle piante di uva spina e alla fine, ogni volta, spezzava con le sue mani robuste una pagnotta di pane nero all’uso di Gesù Cristo e dei suoi discepoli.

Un anno, prima di Pasqua, quel prete era stato visto nei boschi a tagliare gli alberi e chi l’aveva visto giurava che era come se il prete conoscesse quelle piante una per una. E le sceglieva: le condannava o le salvava secondo il suo gusto o secondo scelte bizzarre di cui nemmeno gli esperti boscaioli avrebbero potuto trovare una ragione. Forse ci parlava pure. Quell’anno, durante il taglio degli alberi, era stato sorpreso da cinque uomini a cavallo che avevano lasciato in paese mogli e figli, si erano dati alla macchia e pretendevano di avere possesso di quei boschi fin dove arrivava il canto del cuculo e anche oltre, fino al mare. Questi uomini stavano perdendo la calma col prete perché lui li ignorava, non aveva per niente paura delle loro armi, non sembrava ascoltare alcun argomento né dava risposte. Per giunta, ogni tanto si fermava in quel suo lavoro di accetta e andava a tranquillizzare la sua mula, nervosa per lo scalciare dei cavalli e per i nitriti. Però una cosa, tra tutte quelle dette dai delinquenti alla macchia, il prete l’aveva sentita bene.

Era successo che i soldati erano andati nel vicino paese di Monte Sant’Angelo e per ordine, pare, del loro Re avevano già smontato e portato via il grande portale di bronzo della chiesa del santo Michele Arcangelo. Al suo posto ne avevano messo uno nuovo, ma di legno. Tutto questo senza chiedere il permesso a nessuno e senza avere alcun timore per la probabile vendetta del santo sotto forma di nubifragi e terremoti. Nemmeno il prete voleva la vendetta dell’arcangelo: sarebbe infatti caduta sulla testa di tutti, colpevoli e incolpevoli. Così finalmente aprì bocca e accarezzando la mula cominciò a parlare con quei cinque banditi a cavallo. Spiegò la sua idea in merito e disse tante cose convincenti.

Quando tornò in paese, disse messa e tutti quei fedeli stavano a sentire come sempre per devozione e per abitudine, non perché capissero le parole pronunciate nell’antica lingua latina. Nella lingua che tutti capivano, invece, a sera scrisse delle lettere indirizzate a ogni ufficiale dell’autorità, a ogni notaio, a ogni maggiorente noto. Scrisse che aveva saputo di una rapina compiuta dal governo ai danni di un santo e che gli autori di quella rapina avrebbero meritato ogni vendetta e ogni disgrazia; che avrebbero dovuto seppellirsi tutti di vergogna per non aver fatto nulla per impedire quella rapina; che, ancora, i rapinatori veri non stavano nei boschi ma negli uffici e che per questo, solo perché occupavano una sedia del governo, non venivano chiamati delinquenti o banditi.

Il giorno dopo tornò nel bosco, non per cercare i delinquenti a cavallo: ci andò per cercare sotto terra i bulbi dei narcisi. E scavando con una zappetta li aveva trovati. E si era così sincerato del fatto che il santo non aveva ancora cominciato con la sua vendetta. Certi santi, quando sono irati, fanno seccare i bulbi dei narcisi in modo da non dispensare all’umanità il miele di quei fiori, quando arriva maggio. Questo, beninteso, non lo pensavano in paese, ma era una precisa convinzione del prete.

Andarono a prenderlo i soldati e lo portarono in galera perché quelle lettere erano davvero ingiuriose. I superiori del prete erano indecisi se considerarlo indemoniato e trattarlo come tale o, come voleva far credere l’autorità, semplicemente pazzo. Nell’indecisione e nell’attesa fu nominato il nuovo parroco e il nuovo parroco scelse come prima cosa un nuovo bidello per la chiesa e il nuovo bidello, mettendo le cose in ordine, trovò una panca piena di pietre bianche di fiume, di pigne e di ciuffetti di capelli di vario colore conservati in tanti fazzoletti bianchi.

La notizia della carcerazione del prete era destinata a far parlare tutto il paese e finanche i forestieri. Se non fosse arrivata, proprio in quelle ore, un’altra sconvolgente notizia. C’era stata una strage di soldati sulle pendici sotto Monte Sant’Angelo, certamente opera dei banditi. I militari erano stati tutti sgozzati. Era successo nella notte. All’alba di quello stesso giorno, prima che la puzza di sangue rancido risalisse la costa, davanti alla chiesa del santo Michele Arcangelo era stato ritrovato il portale di bronzo. Nessuno, ma proprio nessuno, aveva visto niente. Nemmeno i pastori, abituati come sono ancora oggi a svegliare il sole di persona. Le pecore quel giorno restarono particolarmente quiete e le capre fecero più latte.

Per anni ho creduto che questa storia fosse solo una leggenda o addirittura una invenzione di mia nonna. Del resto lei, quando aveva da fissare nella memoria certi fatti importanti della sua vita che andavano ricordati ad ogni costo, si inventava delle canzoni che cantava il lunedì dell’Angelo o il giorno di San Martino. Capitava che qualcuno le imparasse per ripeterle negli anni a venire. E che le interpretasse o le modificasse, come avviene per tutte le leggende.

Forse questa storia è effettivamente – almeno detta così e con le circostanze narrate – una leggenda.

Poi un giorno, di recente, chiamato a fare un certo lavoro, ho trovato nell’elenco delle carte d’archivio della Corte d’Assise della città di Lucera, tra i fatti relativi ai reati di brigantaggio, la menzione di un fascicolo di un processo che si è tenuto nell’anno 1861. La parte inquirente è la giustizia del Re, l’imputato è tale padre Bonaventura da Volturino e l’oggetto parla di scritti ingiuriosi contro il governo. Non ho chiesto di vedere quelle carte e non è detto che un giorno mi convinca a farlo.

P.S. Per la verità nella casa di mia nonna c’era una quarta stanza inaccessibile. Era la cisterna dell’acqua, sotto terra. Grande quanto la pianta dell’edificio, è stata abbandonata una volta portati in casa i rubinetti ad opera dei lavoranti dell’acquedotto. Mi è capitato di aver aperto di nascosto la botola e ancora oggi sono convinto di aver visto in quel buco nero qualche scorpione albino spassarsela in un mondo buio e umido.

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