Archivio per la categoria ‘pretesti’

neri fotoSul sito della FIGC risultano tre convocazioni in Nazionale A: il 25 ottobre 1936 per la gara Italia-Svizzera (4-2 il risultato finale dell’incontro), il 13 dicembre dello stesso anno per Italia-Cecoslovacchia (2-0) e infine il 31 ottobre 1937 per Svizzera-Italia (2-2), partita valida per la Coppa Internazionale.
Bruno Neri, nato a Faenza il 10 ottobre del 1910, era un terzino destro, poi mediano; sempre dal sito della Federcalcio si apprende che nel ’36 era tesserato con la Lucchese Libertas e l’anno successivo con il Torino. La sua è una storia meravigliosa e tragica ed è il caso di ricordarla alla vigilia di questi Mondiali di calcio. Perché Neri, dopo essere stato calciatore e allenatore, è stato partigiano, morto il 10 luglio 1944 nei boschi di Marradi, nel Mugello, su un sentiero verso l’eremo di Gamogna, in uno scontro a fuoco con i nazisti.
Una foto del 1931 è emblematica. È il 10 settembre e a Firenze si inaugura lo stadio progettato dall’ingegner Pier Luigi Nervi (l’attuale “Artemio Franchi”) e dedicato allo squadrista Giovanni Berta. La formazione della Fiorentina è in campo per l’amichevole con il Montevarchi e i calciatori fanno il rituale saluto romano poco prima del fischio d’inizio. (altro…)

Primi in Italia

Pubblicato: 27 maggio 2014 in pretesti

A un convegno, oggi, una assessora di un Comune abruzzese ha detto: “Siamo i primi in Italia ad aver fatto…”. E ha aggiunto i dettagli di ciò che il suo Comune ha fatto per primo in Italia. Per primo. È una cosa che si sente spesso. C’è sempre chi, per primo in Italia, ha fatto una cosa. E ne rivendica il merito, giustamente e con orgoglio, con vanto. Si riferisce, ovviamente, a azioni, attività, iniziative, progetti innovativi e positivi. Cose buone fatte bene, per intenderci. Per le cose buone fatte bene, a me piacerebbe sentir dire: “Siamo gli ultimi in Italia ad aver fatto…”. Riconoscerei lo stesso merito. Sarei infatti contento di sapere che una cosa buona fatta bene è stata da tutti – tutti – ammessa, approvata, realizzata.

 

Sono stato di recente agli studios di Cinecittà. Sono occupati dal 4 luglio dai lavoratori. Non serve chiedere quando è cominciata l’occupazione: lo impari comprando una calamita a forma di ciak che i lavoratori vendono assieme a t-shirt, spillette e poster di dive e divi del cinema, a memoria del fulgore delle storie che in quei teatri alla periferia di Roma hanno preso sostanza. Ed è occupata con due k: OKKUPATA. Ci sono bandiere dei sindacati, su via Tuscolana, un paio di gazebo, tavolini per la raccolta firme contro la chiusura di Cinecittà e per la vendita dei gadget. I poster delle dive sono fermati da sassi di fiume per impedire che il vento possa portare via quegli articoli di genuino autofinanziamento. Su ogni sasso c’è, scritto alla buona con un pennarello nero, il nome di una star: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Giulietta Masina e via dicendo.

Dunque la faccenda è piuttosto semplice: al posto degli studios dovrebbero sorgere alberghi, spa, parcheggi e uffici, a sfregio della storia di quel posto. E sembra inevitabile, perché sono anni che a quanto pare lì non si fanno produzioni cinematografiche in grado di giustificare quel luogo così com’è. I vecchi teatri di posa sono, piuttosto, utilizzati come studi di programmi televisivi. Santoro ha fatto il suo “Servizio pubblico”, Fiorello il suo ultimo show, la De Filippi “Amici”.

Per capire come cambiano le cose, state a sentire questa storiella. Sono andato a Cinecittà dopo aver fatto una commissione a via Lamaro, che è uno dei fianchi degli studios. Per comodità ho usato un navigatore gps e quando mi sono trovato a via Raimondo Scintu (un’altra via che fiancheggia l’area), il navigatore ha mostrato un bel pallino rosso all’interno di Cinecittà con, di lato, l’indicazione: “Casa del Grande Fratello”. Perché lì fanno il reality show più importante della televisione italiana. Ecco: Cinecittà non è più la fabbrica dei sogni ma è, piuttosto, la Casa del Grande Fratello.

C’è da dire che negli ultimi anni sono state fatte iniziative per valorizzare quella che era nota come la “Hollywood del Tevere”. Hanno per esempio aperto al pubblico, con biglietto di ingresso, le scenografie di alcune grandi produzioni cinematografiche, hanno creato percorsi didattici; hanno, insomma, musealizzato parte di Cinecittà. Ed è stato un successo. Oggi invece, con una crisi in corso, al posto di trovare soluzioni adeguate si decide di mandare avanti un progetto che prevede la distruzione di parte della storia, la musealizzazione pressocché totale di quel che si riesce a salvare e la realizzazione di confortevoli e moderni alberghi. Pare sia in cantiere anche un parco divertimenti.

Non è il primo caso di abbandono della storia e della cultura, da queste parti.

È successo anche per il prestigioso Teatro Valle, una storica struttura (è la più antica, nel suo genere, a Roma, inaugurata il 7 gennaio 1727) a due passi da piazza Navona. Ci sono andato l’ultima volta a vedere Carlo Cecchi: dava “Sei personaggi in cerca d’autore”. A dire il vero è passato un po’ di tempo. Il Valle era gestito dall’Ente Teatrale Italiano. Quando, nel 2011, l’Eti è stato chiuso, il Teatro Valle ha “temporaneamente concluso” l’attività. I lavoratori, a giugno 2011, hanno occupato il teatro e da allora lo gestiscono in una meravigliosa e gioiosa esperienza di autogestione che sarà presto traghettata (queste sono premesse e intenzioni: vedete http://www.teatrovalleoccupato.it) verso una Fondazione “che sia il più possibile condivisa e partecipata”.

Ma Cinecittà non è il Valle.

Cinecittà ha suoli buoni per costruire, ha la stazione della metropolitana davanti all’ingresso principale, ha pochi vincoli e quei pochi sono superabili o almeno derogabili; ha il casello dell’autostrada vicino e il Grande Raccordo Anulare a un chilometro. Cinecittà è adatta a diventare altro. Costruendo, portando cemento e mattoni. Ed è chiaro che si vuole che Cinecittà diventi altro.

Non c’è speranza in un Paese che vuole a fare a meno della bellezza e delle fabbriche della bellezza. Non merita un presente – quindi non merita un avvenire – uno Stato che riesce a fare a meno della storia della sua gente a beneficio di camere a pagamento con idromassaggio montato in serie, ricchi frigobar e posti auto riservati. Perché va detto che sia il Valle sia Cinecittà sono pubblici. Pubblici dal punto di vista tecnico, legale (nella società di Cinecittà lo Stato ha il venti per cento delle quote); ancor più “pubblici” poiché appartengono alla storia di tutti, a una lingua, a un modo di vedere il mondo e di raccontarlo. Sono presidi di cui solo gli stolti possono fare a meno.

E così i lavoratori di Cinecittà hanno okkupato. A fine agosto si sono svestiti e si sono fatti fotografare nudi. «Come i pompieri spagnoli», ha detto un turista mentre prendeva accanto a me un caffé al “Cine Bar”, un chiosco provvidenzialmente piantato a una decina di metri dall’ingresso principale degli studios e pieno di fotografie del cinema, di autografi di un tempo lontano, sicuramente anche di aneddoti. Hanno okkupato, i lavoranti dei teatri di posa, e passano il loro tempo a raccogliere firme e a dare spiegazioni. Intanto vendono t-shirt, calamite, spillette, poster, con l’intenzione di stare nelle spese e con la speranza di vedere la loro protesta addosso a quanta più gente possibile. L’uomo che mi ha venduto spilletta e calamita, chissà perché, mi ha fatto venire in mente Bartolomeo Pagano.

Pagano era un attore, ma prima di recitare a gloria di un certo cinema italiano dei primi decenni del Novecento quando Cinecittà non c’era ancora, è stato un muscoloso camallo del porto di Genova nonché modello per il monumento di Quarto che lo scultore Eugenio Baroni ha realizzato tra il 1914 e il 1915 per celebrare l’impresa dei Mille. In quel monumento Pagano è Garibaldi; sul grande schermo, invece, è stato Maciste.

Maciste il forzuto, Maciste l’eroe, Maciste il superuomo tronfio tanto esaltato dal fascismo.

Era un camallo, Pagano, e si è consegnato alla celebrità per puro caso, per i fatti bizzarri della vita. Al contrario, il lavoratore del gazebo di Cinecittà, dalla gloria messa a salario di attrezzista o di elettricista oppure di fonico si ritrova a vendere – asprezze del destino – magliette colorate e poster in bianco e nero; e lo fa privo della furbizia del magliaro, privo di abilità commerciali: lo fa dicendoti con lo sguardo che la sua condizione ha sì a che fare con il suo lavoro e quindi con il suo futuro, ma ha a che fare soprattutto con il futuro di tutti. Ed è per questo che per me è un eroe: non come Maciste – anzi, è l’opposto – ma certamente più eroe degli eroi, testimone e vittima di un tempo vigliacco che ci ha insegnato a considerare accettabile, come condizione, la precarietà. E noi ce la stiamo mettendo in testa, la precarietà. La precarietà è la situazione contingente; considera il futuro come un contenitore di incertezze, il passato e il presente come una dannazione. Il precario sta imparando a non immaginare un avvenire: questo gli fanno credere, questo fa. Facendolo, condanna se stesso e il suo futuro alla dannazione del presente e del passato, senza speranza. È la “non speranza” di Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, ma al tempo di Facebook.

E Cinecittà? Continua a essere okkupata e lo sarà a lungo, spero.

Appena possibile, artisti e artiste fanno iniziative di sostegno per riportare l’attenzione sul problema. Ma ormai la faccenda, sui giornali italiani, è retrocessa a mera rivendicazione del posto di lavoro. Ne parlano in America, in Giappone, in Francia, in Germania e il sito http://www.savecinecitta.org dà conto dell’attenzione straniera con una buona rassegna stampa; in Italia la vicenda viene ormai rappresentata come una lotta di lavoratori per il lavoro. Non è solo questo: è tanto altro.

Intanto sui siti di gossip leggo che l’Ottusangolo si sente rovinato dal Grande Fratello, Salvo Veneziano ha rivalutato il senso della famiglia e, infine, la storia d’amore tra Matteo Casnici e Francesca Giaccari è da considerare finita. Me lo segno, me lo segno.

Stipendio dimezzato
o vengo licenziato
a qualunque età io sono già fuori mercato
fossi un ex SS novantatreenne
lavorerei nello studio del mio avvocato
invece torno a casa distrutto la sera
bocca impastata come calcestruzzo in una betoniera
io sono al verde / vado in bianco / ed il mio conto è in Rosso
quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera ?
Su
vai / a vedere nella galera / quanti precari / sono passati ai mal’affari
quando t’affami / ti fai / nemici vari
se non ti chiami Savoia scorda i domiciliari
finisci nelle mani di strozzini / ti cibi
di ciò che trovi se ti ostini a frugare i cestini
né l’Uomo Ragno né Rocky né Rambo né affini
farebbero ciò che faccio per i miei bambini
Per far denaro ci sono più modi / potrei darmi alle frodi
e fottermi i soldi dei morti come un banchiere a Lodi
c’è chi ha mollato il Conservatorio per Montecitorio
lì i pianisti sono più pagati di Adrien Brody
io vado avanti e mi si offusca la mente
sto per impazzire come dentro un call center
vivo nella camera 237 / ma non farò la mia famiglia a fette
perchè sono un eroe.

Caparezza, “Eroe (storia di Luigi delle Bicocche)”, in “Le dimensioni del mio caos”, 2008

Un cane in casa. Per legge

Pubblicato: 18 settembre 2012 in pretesti
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Il Parlamento sta esaminando un disegno di legge sui condomini. La discussione va avanti da un po’ di mesi, è partecipata e c’è da dire che il testo in discussione è l’unificazione di quattro o cinque diversi disegni di legge sullo stesso argomento. Si tratta quindi di una materia sulla quale più di un parlamentare ha sentito l’esigenza di presentare proposte articolate.

Nel testo unificato c’è un articolo sul quale, come d’uso, sono stati richiesti pareri e presentati emendamenti. Non ricordo quale sia esattamente, ricordo il concetto. Questo: a dispetto di ogni divieto presente nei regolamenti condominiali attualmente in vigore, l’inquilino deve avere la possibilità (l’arbitrio) di detenere in casa un animale da compagnia senza dar conto a nessuno. Principio che condivido, sia chiaro.

È dunque necessario trasformare questo principio in legge, com’è evidente.

Il potere dello Stato trova nutrimento nell’incapacità degli uomini di ricorrere al buon senso e di regolare in autonomia faccende semplici. Così lo Stato s’attrezza e si organizza in modo da sembrare indispensabile nella sistemazione di ogni aspetto della vita dell’uomo. In questo lui trova fortuna, l’uomo ritrova sudditanza.

Alberto Sordi ne “I vitelloni” di Federico Fellini

C’erano i circoli privati fino a qualche anno fa ed erano parecchi. Facevi la tessera e ci andavi quando ti pareva non tanto per le attività culturali quasi inesistenti, ma per bere la birra a buon prezzo. Poi la Finanza ne ha chiusi un bel po’: l’attività culturale era una copertura (così dicevano ai giornali i finanzieri al termine dei controlli e una volta messi i sigilli ai locali) perché a loro giudizio l’esercizio era in realtà commerciale a tutti gli effetti. Di ristorazione, qualche volta. Il buon prezzo per l’utente finale era garantito da un regime fiscale favorevole: niente (o poca) Iva, niente burocrazia da mantenere, scarsa attività consulenziale su fatture e carte bollate, nessun obbligo di registri fiscali, nessun adempimento riguardo le uscite di sicurezza, eccetera.

Era un buon sistema, devo dire. Buono e tendenzialmente equo: i gestori di questi circoli campavano, non diventavano certo milionari grazie all’Iva risparmiata. Ed era, va detto, legale.

In questi giorni sono andato alla festa di un grande partito. Sono quelle feste estive messe a luglio, feste in cui si parla di politica, di società, di cultura. Di temi di interesse generale, insomma. Dibattiti, reading, interviste, cinema all’aperto e cose di questo genere. E bancarelle: una fiera di paese. C’è anche la ristorazione, a volte appaltata a ristoranti veri e propri (ovviamente profit), a volte gestita direttamente dai volontari del partito. No profit, dunque. Fai la fila alla cassa (anzi, da quello o quella che raccoglie i quattrini), paghi e ti danno subito il fogliettino numerato dei blocchetti colorati Buffetti grazie al quale potrai prendere un po’ più avanti il panino con la porchetta o col wurstel, e la birra. Fateci caso, se ci andate: i soldi sono manovrati sempre in cassette portavalori da ufficio, quelle di vernice rossa o verde, con la chiusura a chiave e la maniglia di metallo lucente.
Probabilmente i partiti utilizzano lo stesso sistema dei circoli privati. Non lo so per certo, ma immagino di sì. Con una differenza: la tessera, in questo caso, non serve per prendere birra e panino. La Finanza non va a chiedere scontrini e ricevute. Anzi: all’ingresso dell’area della festa trovi la Polizia di Stato a far la guardia, pronta a intervenire in caso di odiose provocazioni sempre possibili quando di parla di ideologie e di come si immagina il presente per realizzare qualcosa di buono per il futuro.
La cosa, va detto, non mi scandalizza. Trovo, certo, una differenza importante: il partito può vendere tranquillamente la birra e i circoli privati, invece, hanno la Finanza alle natiche.
Non mi scandalizza, ma mi fa venire in mente il concetto contorto dell’elusione fiscale.

Un frame dello spot dell’Agenzia delle Entrate

Il fatto è questo.
L’evasore fiscale è il noto parassita della pubblicità televisiva dell’Agenzia delle Entrate. Dovrebbe pagare, ma non lo fa. Vive a spese degli altri, dicono le Entrate. L’elusore, invece, le tasse le paga, ma in misura ridotta. Cioè: l’elusore utilizza norme esistenti, vigenti, per pagare otto al posto di dieci. Si insinua nelle pieghe delle leggi, entra nella giungla delle circolari, degli interpelli, nel mercatone dei decreti e lo fa per pagare meno utilizzando norme a lui favorevoli. Tecnicamente, quindi, non fa assolutamente niente di illegale. Eppure è considerato un soggetto potenzialmente pericoloso, uno da tenere d’occhio. Di recente anche la Corte di Cassazione ha sentenziato in materia e lo ha fatto come sempre con un linguaggio incomprensibile. Mi pare di aver capito quanto segue, leggendo quella sentenza: l’elusore, di per sé, non è un delinquente; lo diventa – ed è quindi penalmente punibile – quando con i suoi atti (e quindi con la riduzione delle imposte) viola le norme antielusive superando la soglia di punibilità sancita per l’evasione fiscale. Il concetto è: caro elusore, non sei un parassita sociale, giustamente utilizzi norme a tuo favore per pagare meno tasse e meno imposte; ma attenzione: non devi esagerare perché se hai un buon commercialista e usi bene le norme a tuo favore ed eviti, di conseguenza, di pagare un bel po’ di tasse e imposte, allora sì che diventi un delinquente perseguibile. É un fatto di quantità, dunque. O, se volete, un invito alla moderazione, a utilizzare misuratamente le norme quando le norme aiutano il contribuente. La Cassazione, come è noto, cavilla sul cavillo ma quello che sentenzia ha rigore e rango normativo.

Penso al partito che vende la birra e poi pontifica sull’elusione fiscale, al panino venduto senza scontrino e certamente preparato senza inflessibilità sanitaria. Ai circoli serrati, alla Finanza. Alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica che il cittadino deve per forza conoscere come l’incallito scommettitore tenuto a conoscere e saper leggere le bollette della Sisal. Penso alla moderazione che il fisco richiede nell’applicazione delle norme quando quelle norme sono favorevoli per il contribuente. Penso: uno Stato è qualcosa di veramente ridicolo. Al mondo, se vuoi complicare le cose semplici, non c’è niente di meglio di uno Stato.


Dati, numeri, statistiche e sondaggi invadono la nostra vita e la condizionano. È una preoccupante tendenza della società dei consumi. Anzi, è una precisa strategia.

Basta aprire un quotidiano, uno a caso. Ci trovate a pagina due il sondaggio sulla tenuta del governo, a pagina tre l’infografica sull’incidenza del costo della benzina nel budget della famiglia media italiana; due pagine dopo trovate i numeri sulla quota di mercato della tal società elettrica e nella pagina successiva, magari, il balzo fatto nell’ultimo mese da un particolare modello di smartphone.

Tutti questi numeri sono messi lì non tanto per rappresentare tendenze, quanto per condizionare pesantemente le nostre scelte, i nostri acquisti, il nostro agire sociale e spesso la nostra stessa opinione.

C’è una differenza importante tra sondaggio e dati statistici, lo so bene. Il fatto è che ho l’impressione che i numeri – a prescindere dalla fonte e dalla tecnica impiegata per metterli insieme e organizzarli – siano negli ultimi anni utilizzati allo stesso modo.

Dietro i sondaggi, ad esempio, ci sono oggi regole, leggi, c’è una scienza, ci sono studi e tesi di laurea, tecniche, ci sono esperti della materia; ci sono agenzie che li realizzano, e i loro affari promettono al comparto un radioso futuro. Il piatto è ricchissimo.

I sondaggi di opinione sono nati quando nel mondo si è delineato ben chiaro il concetto di “opinione pubblica”. Un pubblico sufficientemente vasto, cioè, raggiunto adeguatamente dai mezzi di comunicazione di massa, riesce a esprimere una tendenza scientificamente misurabile su determinate materie, su oggetti, su prodotti, su stili di vita: questo è il concetto. Dopo le maggioranze politiche, così, sono nate le maggioranze all’interno dell’opinione pubblica. E come in tutte le misurazioni di questo genere, le minoranze emergono come tali: marginali, emarginate, trascurabili o, al contrario, da conquistare.

Pensiamo alla politica. Un uomo di governo o di partito è ormai abituato a informarsi settimanalmente sulla tenuta di questa o di quella formazione politica, sul gradimento e sul consenso su una determinata proposta, è addestrato a masticare percentuali e grafici. Si vota costantemente su tutto, insomma, e il guaio è che non ce ne rendiamo conto. Ovvio che la politica sia condizionata nelle sue scelte dagli umori dell’opinione pubblica, adeguatamente raccolti e rappresentati dalle agenzie che realizzano sondaggi. Una volta l’azione di un governo era sottoposta alla stretta osservanza di una ideologia. Un’ideologia è qualcosa di più complesso di una opinione: è un modo di stare al mondo, un modo di stabilire e curare relazioni politiche e sociali. È un modo di immaginare l’avvenire. L’ideologia offre soluzioni, condivisibili o meno; l’opinione no.

Nel mio ufficio sono interpellato almeno due volte a settimana da queste agenzie. Chiedono la mia opinione sugli argomenti più strani. Mi chiedono tempo per rispondere, mi rubano tempo. Ho imparato a barare, ho imparato a riconoscere dalle domande poste il committente del sondaggio e soprattutto l’obiettivo; ho imparato anche – se non ho tempo o non ho voglia – a ripondere in modo da interrompere gentilmente l’intervista alla seconda o alla terza domanda. Per impraticabilità, per dimissione dall’oggetto da sondare. Per estraneità.

I sondaggi condizionano anche i nostri acquisti, non c’è che dire. Sugli smartphone e sulle automobili, per esempio. Trangugi le percentuali relative alle quote di mercato dell’iPad rispetto ai concorrenti, stai per comprare un tablet e ti chiedi: ci sarà pure un motivo, una spiegazione al fatto che l’iPad nel mondo venga utilizzato dalla stragrande maggioranza degli utenti di quel segmento? Non cerchi la risposta: ti arrendi all’evidenza, ti convinci. Diventi, cioè, maggioranza. L’effetto è psicologico. Stiamo parlando di una potentissima protesi bionica della pubblicità, di una forma subdola e gratuita di pubblicità. Nella pubblicità c’è tanta psicologia.

E noi?

Noi come i politici abbiamo imparato a compiere scelte in base alle statistiche e ai sondaggi. Tendiamo a diventare maggioranza, ci piace farne parte; e se non lo siamo, se non ci stiamo dentro, basta comprare l’iPad per avere cittadinanza in una maggioranza addirittura planetaria.

Ricordo la mia infanzia. Sto parlando di meno di quarant’anni fa, non dell’immediato dopoguerra. C’era uno scarso condizionamento nei miei bisogni. C’erano cose belle e brutte, costose o economiche, adeguate o inadeguate. Utili o inutili. Possibili o impossibili. C’era il sogno e c’era l’ossessione di un desiderio. Non sono un nostalgico, ma indubbiamente era più semplice e perfino coerente.

C’era un bel po’ di futuro nelle nostre vite, quando si era piccoli. Oggi possiamo solo accontentarci del presente con l’aggravio di spese che consiste nel non poterlo misurare effettivamente. Ci sono i sondaggi e le statistiche a misurare il presente. Potremmo allora misurare quanto passato ci resta, ma un presente così pervasivo e feroce ce lo impedisce.

Le foto sono di @akim_olajuan

#storie. Una buona notizia

Pubblicato: 6 luglio 2012 in pretesti, Storie
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Ostia, 2008. La foto è… mia.

Il cancelletto è aperto. Spingo fino a fine corsa e cigola: è lamento di ferro.
Giù in fondo al vialetto storto, di cemento e bitume, in mezzo a tanto buio si vedono le palme mosse dal vento. Il vento pazzo di questa notte arriva da ogni parte e porta l’odore della malva fresca di fioritura. È odore estivo, sudaticcio. È tutto a posto, va tutto bene. L’asfalto del vialetto è lo stesso della via: tiro la valigia e le ruote fanno un rumore grasso di plastica che si scioglie.
Sullo specchio dell’ascensore ci sono due zanzare spalmate. Una terza sta sul cartello di avviso della lettura del gas, sopra la pulsantiera. Gli incaricati verranno domani tra le 9 e le 11. Non lavoro per la società del gas e non ho obblighi, non ho da obbedire. Non darò retta a nessuno. Troveranno un post it sulla porta e forse anche una zanzara che ha passato la notte lì. Ancora viva, ancora da schiacciare.
Entro in casa e trovo una buona notizia sul muro. O, meglio, sul calendario: è sabato, domani. A dire il vero è già sabato, ora. Uno sbuffo d’aria calda entra dal balcone, fugge verso la finestra del bagno ma prima solleva il foglio del mese di luglio. Si intravede agosto.