Archivio per la categoria ‘Storie’

neri fotoSul sito della FIGC risultano tre convocazioni in Nazionale A: il 25 ottobre 1936 per la gara Italia-Svizzera (4-2 il risultato finale dell’incontro), il 13 dicembre dello stesso anno per Italia-Cecoslovacchia (2-0) e infine il 31 ottobre 1937 per Svizzera-Italia (2-2), partita valida per la Coppa Internazionale.
Bruno Neri, nato a Faenza il 10 ottobre del 1910, era un terzino destro, poi mediano; sempre dal sito della Federcalcio si apprende che nel ’36 era tesserato con la Lucchese Libertas e l’anno successivo con il Torino. La sua è una storia meravigliosa e tragica ed è il caso di ricordarla alla vigilia di questi Mondiali di calcio. Perché Neri, dopo essere stato calciatore e allenatore, è stato partigiano, morto il 10 luglio 1944 nei boschi di Marradi, nel Mugello, su un sentiero verso l’eremo di Gamogna, in uno scontro a fuoco con i nazisti.
Una foto del 1931 è emblematica. È il 10 settembre e a Firenze si inaugura lo stadio progettato dall’ingegner Pier Luigi Nervi (l’attuale “Artemio Franchi”) e dedicato allo squadrista Giovanni Berta. La formazione della Fiorentina è in campo per l’amichevole con il Montevarchi e i calciatori fanno il rituale saluto romano poco prima del fischio d’inizio. (altro…)

Immagine“L’ultima lettera che scrissi a Mariagrazia fu il ventidue luglio del 1943, la mattina verso le dieci a Foggia. Lo ricordo molto bene, perché mentre scrivevo la lettera, gli americani bombardavano la città. […]

Verso la stazione certi vagoni carichi di carburante e di munizioni avevano preso fuoco e saltavano per aria, sì che a tratti volavano in giro frammenti di ghisa grossi come pipistrelli e crepitavano fitte le cartucce, come se un branco di mitragliatrici impazzite sparasse in tutte le direzioni. Non ho mai visto, nemmeno al cinema, una città bombardata così vera com’era vera Foggia quel giorno; ed in effetti non credo sia possibile riprodurre artificialmente un simile scenario: gli alberi erano tutti mozzati alla stessa altezza, ed anche i lampioni, i pali dell’elettricità, tagliati netti a un metro da terra. E poi le case sventrate, le macerie sparse per terra, dappertutto, in un disordine così completo che poteva sembrare fatto apposta. E poi, in mezzo a tutto, i morti. Erano centinaia di morti, un mucchio di carne macellata e cotta. […] Il più anziano di noi, il caporale Bottai, che era un avvocato di Pisa, ordinò: “At-tenti” e qualcuno si fece il segno della croce. Io no: perché quella non era morte consacrata, era uno scempio osceno del corpo e dell’anima dell’uomo.”

Luciano Bianciardi, L’ultima lettera che scrissi a Mariagrazia, in “La Gazzetta di Livorno”, 6 dicembre 1953

Luciano Bianciardi (Wikipedia)

799px-Ferrania_logoHo trovato sull’ultimo numero di aprile di Fotografia Reflex una storia che trovo bellissima. Provo a sintetizzarla.

È la storia di Ferrania” marchio che nasce nel 1932 dalla trasformazione della Sipe (Società Italiana Prodotti Esplodenti), una fabbrica di Cengio che dal 1882 produceva dinamite. Con la Prima guerra mondiale le SIPE fece grandi affari: finito il conflitto, fu lanciato un piano di riconversione industriale e nel 1923 venne costituita la società per azioni Film (Fabbrica Italiana Lamine Milano) destinata alla produzione di pellicola cinematografica e fotografica. La Film rilevò lo stabilimento di Vincennes della Pathé Frères, la prima società cinematografica del mondo fondata dai pionieri della fotografia e della cinematografia, i fratelli Charles, Emile e Théophile Pathé, e cominciò a costruire una fabbrica a Ferrania. Nel 1932 nacque dalla Film, per trasformazione, la società Film Cappelli-Ferrania, la quale assorbì la Cappelli di Milano (produttrice di lastre fotografiche di vetro) e la Tensi (produttrice di prodotti fotografici). Nel 1938 la Film Cappelli-Ferrania diventò ferrania-3semplicemente Ferrania. Cominciò una grande stagione di successi: oltre alla produzione di pellicole per la fotografia e per il cinema, Ferrania cominciò a produrre macchine fotografiche di ottima qualità come la gloriosa Condor I. Poi arrivò il secondo conflitto mondiale e, finita la guerra, Ferrania diventò il più importante supporto per i registi neorealisti. Anche il cinegiornale “La Settimana Incom” veniva girato e stampato su pellicole Ferrania (girato sulla storica “Pancro 30” o P30”).

Nel frattempo l’azienda era passata alla Ifi della famiglia Agnelli e nel 1964 la società venne rilevata, quando dava ormai lavoro a 3.500 persone, dal colosso statunitense 3M. Gli americani assorbirono alcune attività di Ferrania in una società sussidiaria che chiamarono Imation (nota, decenni fa, per i floppy disc da tre pollici e mezzo). L’azienda, oltre a produrre pellicole cinematografiche e fotografiche commercializzate col proprio marchio, produceva pellicole per multinazionali come Kodak. Nel 1999 3M passò la proprietà al fondo Schroder Ventures: alle soglie del 2000, con la rivoluzione della fotografia digitale in corso, Ferrania restò a lungo unica produttrice al mondo di pellicole nel formato 126 “Instamatic” con marchio “Solaris” dopo la cessazione della produzione da parte di Kodak.

Condor pubblicitàNel 2010, la crisi. Due anni prima l’azienda aveva smesso di produrre pellicole per raggi X, fotocamere, materiali per arti grafiche e software per ospedali. Nel 2009 era stata chiusa anche la linea di produzione di pellicole fotografiche. Nell’ottobre del 2012 fu chiesta la mobilità per 198 dei 230 lavoratori superstiti. Un anno dopo lo stesso destino toccò ad altri 73 lavoratori. Erano finite anche le ultime commesse relative alla produzione di pellicole negative a colori ed era scaduto un importante contratto con Kodak per l’X-Ray.

Intanto la società era passata al Gruppo Messina di Genova e in una logica di riconversione industriale, la proprietà aveva impegnato il marchio investendo in centrali a biomasse, in un laminatoio e infine nel fotovoltaico, brigando per gli incentivi statali per le energie rinnovabili.

Oggi la rivoluzione digitale è completa. I produttori cinematografici non mandano più le “pizze” in cabina preferendo, anche per la proiezione in sala, i dvd o il Blu-ray. Le reflex digitali sono sempre più piccole, complesse e accessibili e girano anche filmati in alta definizione. La fotografia dell’artista di strada, scattata al mattino con lo smartphone in metropolitana, può essere stampata su carta fotografica con la laser a colori, una volta arrivati in ufficio. Kodak ha chiuso il suo più importante stabilimento, quello di Guadalajara in Messico e Fujifilm ha definitivamente smesso di produrre pellicola cinematografica nel marzo del 2013.

E Ferrania? È morta? No, è rinata.

pellicola solarisRilevato – racconta Fotografia Reflex di aprile – da due imprenditori (un movie maker e il titolare di un laboratorio di sviluppo, stampa, conservazione e restauro della pellicola cinematografica) con la Regione Liguria come prezioso alleato, il marchio Ferrania sta per tornare sulle scatole dei rullini. La nuova società si chiama “Film Ferrania srl”, ha acquistato la linea produttiva delle pellicole, ha rilevato macchinari e edifici industriali, promette di riassumere i dipendenti messi in mobilità e vuole tornare a produrre pellicole in bianco e nero come la storica Pancro 30, una pellicola invertibile e una negativa colore da 100 ISO. Per un mercato completamente diverso rispetto a quello del passato. “I nostri prodotti si potranno acquistare alle stesse condizioni a Savona come a Città del Capo”, ha dichiarato a Fotografia Reflex uno dei due imprenditori protagonisti della rinascita di Ferrania.

– Sito ufficiale: http://www.filmferrania.it/

– “Film News! Ferrania is back! Exclusive interview!”- http://www.japancamerahunter.com/2013/08/film-news-ferrania-is-back-exclusive-interview/

La Provinciale per la montagna è dormiente e contadina. Ha una sua curiosa regolarità: una curva a sinistra, un rettilineo, una curva a destra, un rettilineo, una curva a sinistra e così via per diversi chilometri. È piana. Non sali, non scendi ma ondeggi seguendo i confini dei campi imposti durante l’ultima riforma agraria, con i poderi tutti uguali dati dall’Opera Nazionale Combattenti. Di lato, i campi coltivati a grano, pomodori, vite: cose essenziali. Non c’è lusso qui, ma cocciniglia e ragno rosso, gramigna e papaveri fermati solo dal canaletto di scolo parallelo alla strada. Ė subito dopo il ponte sul torrente sempre secco e divorato dalle canne che succede qualcosa. Niente più rettilinei, niente più curvette. La regolarità si rassegna e cede alla montagna che comincia, violenta, con le cave a destra e a sinistra; la strada incerta si mantiene equidistante tra i limiti non segnati di quei precipizi. A destra e a sinistra. C’è da stare fermi, lì, perché se hai le vertigini il cuore ti sale in gola, cominci a sudare e ti chiedi perché stai vivendo proprio in quel posto.

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La foto è mia.

La telefoto in bianco e nero mostra il cavalier Francesco Vitale, anziano sindaco di Lipari, mentre si reca all’incontro con i mafiosi. Lui è al centro della foto, cammina; ha un abito che sembra grigio, la giacca chiusa da un solo bottone, la camicia bianca, la cravatta scura. È in ordine. Intorno ha le guardie del Comune e altre persone definite “autorità” nella didascalia. La foto è stata scattata a Filicudi il giorno prima, quando i centocinquanta abitanti della piccola isola hanno preso le loro poche cose, hanno sprangato usci e finestre delle loro case e sono fuggiti a Lipari abbandonando alla loro sorte vacche, pecore e galline per protesta, per l’arrivo di quindici detenuti non graditi. Non tutti sono andati via, a dire il vero. A Filicudi ci sono ancora il delegato comunale signor Zagami, l’ufficiale di posta, il medico dottor Rosario Federico e un vecchio di ottantatré anni, Antonino Rando. Una volta Antonino era l’unico fornaio dell’isola, dalle sue grosse mani per decenni è uscito il pane che ha tirato su intere generazioni, certamente tutti i centocinquanta profughi scappati a Lipari con la motonave e altri ancora che, poveretti, non ci sono più. Ora il vecchio fornaio sta male, rischia di morire da un momento all’altro e incurante di tutto quel baccano, ha deciso di morire lì: se proprio deve succedere, ed è evidente che prima o poi deve succedere, deve succedere lì. Tra le sue cose, sulla sua isola, in mezzo all’aria di sempre. Il dottor Rosario Federico è rimasto per lui, non per i mafiosi portati sull’isola in soggiorno obbligato; non come il prete, profugo come tutti gli altri.
C’è da dire che i quindici mafiosi comprendono il disagio degli abitanti di Filicudi con una certa sincerità. Lo ha detto anche il noto prigioniero John Bonventre. Ha detto questo, con la sua solita voce solenne impastata di catarro: «Capisco benissimo lo stato d’animo della popolazione, perché anch’io sono stato costretto a lasciare la mia casa». Per tenere sotto controllo i quindici malavitosi, sono arrivati sull’isola trecento carabinieri e non hanno fatto una bella figura. Il giorno prima, mentre il cavalier Vitale andava a parlare con i mafiosi, al porticciolo era arrivata la motonave Ustica con l’intenzione di sbarcare furgoni cellulari spediti da Palermo. Ma a Filicudi non c’erano strade adatte a quei mostri e i profughi in partenza un po’ bestemmiavano e un po’ ridevano per quella invasione di inutili macchine a gasolio.
Questa storia sta sul giornale del mattino di sabato 29 maggio del 1971. A pagina nove, a esser precisi. Il giornale è “La Stampa”. Oltre alla drammatica telefoto del sindaco cavalier Vitale c’è, sulla vicenda, un bel servizio dell’inviato speciale Gigi Ghirotti.
Quella mattina, il primo canale televisivo nazionale trasmetteva con inizio alle ore 10, ma solo per la zona di Palermo, un programma cinematografico.

Nell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, una donna di trentaquattro anni era da poco entrata in sala operatoria per un banale parto cesareo. Il terzo, per lei. Per tutta la gravidanza aveva sperato di crescere una figliola, ma l’indovina del paese, un giorno, toccandole la pancia, aveva sentenziato: è masculo, è proprio masculo. Per ore la puzza che l’indovina Marietta aveva nelle mani era rimasta attaccata sulla pelle gonfia e tirata ed era una puzza di ricotte e caciocavalli, di forme di cacio e di scamorzoni affumicati. Marietta lavorava il latte vaccino da quando era ragazzina, ma una volta fatti cinquant’anni – e la cosa si era verificata da poco più di sette anni – aveva cominciato a esercitare gratuitamente una attività di consultazione e spiegazione in merito alle delicate faccende del futuro. Così era diventata una autorità in paese, più del sindaco pro tempore. E sempre più era ricercata per i consulti, a danno dei suoi affari con i formaggi e a cagione della chiarezza dei fatti che andava a spiegare. Niente di tutto questo, ovviamente, stava sul giornale, trattandosi di affari del tutto ordinari e di nessun interesse pubblico.

Quella mattina non c’era solo il problema dei profughi di Filicudi. Sullo stesso giornale c’è ad esempio un’altra drammatica telefoto.
Ci sono due donne vestite di nero; una delle due è molto anziana, cammina con il bastone e guarda il fotografo, guarda in camera. Tiene stretto nella mano sinistra un fazzoletto bianco come se stringesse la sua anima per non farla fuggire. Dietro di loro si vedono chiaramente un ragazzino con i calzoni corti e un uomo anziano con una coppola in testa; si capisce che tutta quella gente si trova in una campagna. Camminano, vanno. La didascalia spiega che quella è gente di una borgata chiamata Fornazzo, nel comune di Milo; e che si reca nei campi distrutti dal flagello della lava dell’Etna. La colata è a sette-ottocento metri dalle case e intanto ha invaso campi e strade. Era già successo e se è per questo succederà ancora. È successo, per esempio, quando nel secolo XIX la gente di questo posto, quasi tutti boscaioli, s’era inventata il commercio della neve. Ne commerciava in grande quantità, la rubava alla montagna sulle coste intorno agli ottocento metri di altitudine. Poi un’eruzione ha distrutto la teleferica di legno e corda che i boscaioli avevano costruito per portare la neve in paese ed è finito il commercio.
La vecchia vestita di nero che tiene stretto il fazzoletto bianco forse ricorderà qualcosa di quegli antichi traffici dei suoi padri, di quel facile contrabbando; avrà passato la sua vita a soppesare sciagure e a maledire il destino e intanto, come testimonia la foto, porta la figlia – sì, è certamente la figlia – e il nipote in calzoni corti in visita sui luoghi del nuovo affronto, nei posti dove la montagna ha fatto un altro sgarbo. Ha deciso di portarli così, giusto per chiarire ancora una volta a quella progenie quale vita meschina è toccata in sorte e per ragionare sull’imprevedibilità delle vicende umane.

Alle 10,30, appena finiva il programma “Un disco per l’estate”, il giornale radio del secondo canale dava le ultime notizie e aggiornava quelle già date nelle precedenti edizioni. Quel giorno, tra le altre cose, il radiogiornale ha detto che non c’erano novità nelle indagini sul ferimento, avvenuto a Bagnoli davanti al “Bar Notturno” di Via Ilioneo, del sottufficiale di Pubblica Sicurezza Pasquale Santoro, trentacinquenne brigadiere in servizio alla “Celere” di Napoli.
Il fatto è questo.
Santoro era in borghese ed era andato al bar per comprare un etto di caffè. E il caffè lo aveva pure comprato, ma uscendo dal locale aveva visto due giovani impegnati in una scazzottata. Sembrava di stare sul set di uno di quei film della coppia formata da Bud Spencer e Terence Hill, di cui proprio in quei giorni davano al cinema l’ultima fatica, “Il corsaro nero”. Invece no. Invece i due si stavano picchiando sul serio mentre altri clienti del bar – soldati americani della Nato e marittimi stranieri – guardavano. Allora Santoro si è qualificato e ha tentato di dividere i due. Tirato via da uno spettatore sconosciuto, il sottufficiale si è sentito dire: «Fatevi i fatti vostri, è una questione che deve essere risolta solo tra loro». Un avvertimento, che Santoro non ha ascoltato: ha tentato così di dividere nuovamente i due. A quel punto si è sentito un colpo di pistola e tutti sono scappati. Santoro no: non avrebbe potuto, del resto. Santoro si è trovato con un buco di proiettile al piede. Ad ogni modo, non c’era alcuna novità nelle indagini, come aveva spiegato il radiogiornale delle 10,30. Il proprietario del bar, sentito dagli investigatori, aveva detto di non conoscere nessuno dei protagonisti della zuffa.
E tante altre faccende di sangue sono successe in quei giorni. E parecchi incidenti. Tutti i fatti sono riportati sul giornale di quel sabato mattina.
A Orbassano un operaio di 47 anni, Aldo Quaranta, era morto mentre riparava la pompa elettrica di un pozzo; qualcosa non è andato bene, una lampada è esplosa e lui – operaio Fiat che nel tempo libero diventava un bravo aggiustatutto a domicilio – era finito giù nel pozzo, morendo sul colpo.
A Torino il piccolo Gianluca di due anni e mezzo, era caduto in una bacinella di acqua bollente; all’ospedale Maria Adelaide di via Zuretti erano stati costretti ad amputargli una falange. E a Wuppertal, in Germania, erano morti in un incidente ferroviario quaranta ragazzi tra i quattordici e i sedici anni di ritorno da una gita scolastica.
Luigi Peta, commerciante calabrese di bestiame di Caraffa, venti anni, aveva confessato di avere strangolato la fidanzata, Concetta Scicchitano, pure lei ventenne. Il fattaccio era avvenuto in macchina. Concetta era incinta e quando ha tentato di imporre a Luigi le nozze riparatrici da celebrare entro pochi giorni, lui prima l’ha strangolata e poi ha fatto precipitare l’utilitaria in una scarpata.
Angela, invece, una contadina quindicenne di Candidoni, vicino Reggio Calabria, non ha confessato niente: è andata direttamente dai carabinieri di Laureana di Borrello e quando è andata aveva con sé l’arma del delitto. Un bastone. Ci è andata con la sua pancia al settimo mese di gravidanza, ha bussato alla porta della caserma e all’appuntato in servizio ha detto: «Ho ucciso mio nonno. Non ne potevo più. Mi ha violentata e adesso aspetto un bambino. Mi minacciava continuamente, mi perseguitava dicendo che se avessi parlato di quanto era successo tra di noi con mio padre mi avrebbe uccisa. Anche questo pomeriggio voleva abusare di me. Non ho resistito più. Ho afferrato questa mazza e l’ho colpito. Non ricordo più quante volte. Non potrà più farmi del male». Il titolo che il giornale dedica al fatto è l’istantanea di una grande tragedia: «Sopprime il nonno che l’aveva sedotta».
Il falegname Peter Bucheli, di 55 anni, internato in una casa di cura a Berna per consumo eccessivo di sostanze alcoliche, aveva scoperto di non avere più una moglie: divorziato d’ufficio. Nessuno gli aveva detto niente. Il giornale racconta la sua storia e spiega che Peter aveva appreso il fatto compiuto quando, dimesso dalle cure, era andato a casa sua.

In quelle settimane era stata messa in vendita una nuova, spettacolare automobile. La Fiat 127 con motore da 900 centimetri cubici. «La 900 come ognuno si aspettava dalla Fiat»: così c’è scritto nella pubblicità a pagina due. C’era da crederci: motore trasversale anteriore da 903 cmc, 47 CV (DIN), trazione anteriore, sospensioni a quattro ruote indipendenti, freni anteriori a disco e posteriori a tamburo, comando freni a due circuiti sdoppiati indipendenti, cinque posti. Un fulmine: faceva 140 chilometri all’ora. Certo, la Ford Capri pubblicizzata a pagina sedici era un’altra cosa: «Se vuoi passare inosservato, lascia perdere la Capri». Ma certamente la 127 era pur sempre una macchina Fiat, una macchina italiana, con i pezzi di ricambio facilmente reperibili, al bisogno. Mica come le auto forestiere!
Proprio a fianco all’inserzione della Fiat, c’è un articolo su un fatto di una certa serietà. Sono fatti della politica, fatti sul Partito Comunista Italiano. Era successo che il congresso del Partito Comunista della Cecoslovacchia, in corso a Praga, si era permesso di rifiutare il messaggio del Pci. Il fatto era stato reso noto da Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito italiano, il quale aveva anche precisato che analogo trattamento era stato riservato al messaggio del Psiup. E pensare che per approvare quel documento s’era riunita appositamente la Direzione nazionale del Pci, e pure a lungo. Certamente il messaggio era stato rispedito al mittente perché dentro c’era scritto chiaro chiaro che «fondamento essenziale dell’internazionalismo è l’indipendenza e la sovranità di ogni partito comunista e di ogni Stato»; un rifiuto, quindi, della dottrina Breznev sulla “sovranità limitata”. Una faccenda serissima. La questione aveva avuto importati riflessi anche nella politica interna, con interventi del Partito Liberale, del Partito Socialdemocratico e del Partito Socialista. I socialisti, in particolare, avevano dedicato alla vicenda un editoriale del loro giornale, anticipato a tutti i quotidiani: «Che internazionalismo è mai questo che impedisce al dissenso di esprimersi? Il tetro ambiente del Pc cecoslovacco offre la spiegazione più immediata, ma la spiegazione vera i comunisti devono cercarla più lontano, all’origine dei fatti che hanno trasformato Praga nella capitale del silenzio e del più avvilente conformismo».
Un fatto importante.

Come è importante – anzi, forse lo era di più – la notizia sull’improvviso esito della missione al Cairo del russo Podgorny il quale aveva inaspettatamente firmato col presidente egiziano Sadat un accordo della durata di quindici anni grazie al quale i due Paesi si impegnavano a consultarsi in caso di crisi e ad aiutarsi a vicenda in caso di aggressione militare di uno dei due “partners”; i russi si impegnavano anche ad addestrare i militari egiziani. Il Patto di Varsavia, con quel protocollo, arrivava così fino al Nilo. Era l’ora della verità, tra Egitto e Unione Sovietica: insieme volevano far capire al mondo intero che le cose andavano fatte bene e sul serio.

Arriva sempre l’ora della verità; rischia di arrivare più volte nella stessa vita e guai a farsela venire nell’età dell’illusione. Meglio allora sperare che arrivi nell’età della delusione. Il concetto era espresso in maniera efficace dal mago Silvan a pagina tre: «C’è, nella vita, l’età dell’illusione e quella della delusione. E viene per tutti il giorno dello choc della verità. Io, con i bambini, mi sento sempre molto imbarazzato e faccio di proposito gli errori perché capiscano che sono un uomo come un altro. Però ne soffrono, lo vedo. A Sara, mia figlia, devo raccontare che suo nonno si è trasformato in un albero per vederla raggiante. Al suo compleanno ho fatto uscire tre colombe dalla pentola che fumava sul fuoco, avevo una gran paura che me ne chiedesse una quarta che non c’era».
Intanto, proprio nell’ultimo giorno della visita ufficiale a Roma del ministro degli Esteri dell’Iran, Zahedi, il vicesegretario del Pci, Enrico Berlinguer, aveva fatto un annuncio: la trattativa tra il governo italiano e la Santa Sede per la revisione bilaterale del Concordato comincerà a metà giugno. Berlinguer lo aveva detto a Palazzo Chigi al termine di un incontro convocato per affrontare il delicato argomento con il presidente del Consiglio dei Ministri, l’onorevole Colombo.
E la Corte d’Assise di Milano, dopo trentasei udienze e undici ore e mezzo di camera di consiglio, aveva condannato gli anarchici Pietro Della Savia (a otto anni di reclusione), Paolo Braschi (a sei anni e dieci mesi) e Paolo Faccioli (a tre e mezzo), accusati di diciotto azioni dinamitarde. Altri cinque imputati erano stati assolti; tra questi, i coniugi Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega. La sentenza era stata accolta dal folto pubblico, quasi tutti giovani della sinistra extraparlamentare, al grido di “Vendetta”, “Fascisti”, “Maledetti fascisti”.

Tutto questo e altro ancora è successo davvero, e di tutto questo dà conto il giornale “La Stampa” di quel sabato.

PS. Quella mattina, la mattina di sabato 29 maggio dell’anno 1971, sono nato io. C’è da dire che la partoriente Carmelina è stata bravissima: sapeva il fatto suo a proposito di cesarei. L’esperta ostetrica, signorina Giuseppina Guida, ha appuntato l’ora della nascita nei registri e nelle carte ufficiali ad uso dell’Anagrafe comunale: le 10. Minuto più minuto meno, va da sé. In quel momento cominciava puntuale sul primo canale nazionale della televisione, ma solo per la zona di Palermo, il previsto programma cinematografico.
Mia madre dice che sono nato con due incisivi già fatti, pronti ad azzannare. Non ci ho mai creduto, ma visto che lo dice da oltre quarant’anni a ogni occasione buona e sempre allo stesso modo e con le stesse parole, qualcosa di vero deve pure esserci.
Carmelina però voleva una femmina e invece è nato un maschio. Vanno così le cose.
Va detto che a una inutile e temporanea rivincita sui desideri nonché sulle previsioni dell’indovina Marietta hanno pensato in maniera bizzarra gli impiegati del Comune di San Marco in Lamis. Quando, pochi mesi dopo la nascita, è arrivato il precetto della vaccinazione, su quelle carte c’era scritto di portare obbligatoriamente a vaccinare non Michele ma Michelina nata, come risultava agli atti, a San Giovanni Rotondo il giorno 29 maggio 1971. La questione, tutta burocratica, prometteva di diventare noiosa, ma Carmelina ha risolto in questo modo: mi ha portato una mattina al Comune, ha mostrato prima il precetto, poi ha esposto le intimità mascule della neonata creatura a tutto l’ufficio, portandole in visione a beneficio di tutti gli impiegati. E così la cosa è andata a posto.

© 2012

Tratto da: Maurizio Maggiani, “Meccanica celeste”, Feltrinelli, 2010.

Sono venuto a sapere da lei quello che già sapevo sul suo conto, e altro che sentivo per la prima volta. Mi ha detto tutto quanto in modo piano, dolce, come se avesse premura di spiegarmi qualcosa che avrei fatto fatica a ricordare. Mi ha detto di aver avuto un padre, una madre e una sorella più grande, che l’ultima volta che li aveva visti stavano tutti quanti litigando con lei che voleva a ogni costo un ghiacciolo all’amarena proprio mentre l’altoparlante della stazione diceva che stava per arrivare il loro treno. Mi ha detto che l’ultima cosa che sua madre le ha detto è stata: smettila, per favore. E lei l’avrebbe smessa comunque, perché non aveva mai visto sua madre così esasperata, e sudata. Andavano al mare dalla zia, in un posto che a lei piaceva moltissimo, a Cesenatico, sul Mare Adriatico; un posto così bello che lei era sicura di voler bene più a sua zia che a sua madre. Mi ha detto che si ricorda di suo padre voltato di spalle, imbronciato con lei che era la sua preferita; era così alto che se voleva fare la pace con lui doveva ancora arrampicarsi su per le gambe, e poi aggrapparsi alla sua cinta, e poi ancora su per un metro, prima di arrivare a strofinarsi contro la sua guancia spinosa di barba.

Mi ha anche raccontato che all’ospedale non piangeva mai, anche se non sentiva altro che piangere: bambini come lei e pure più grandi; che veniva una dottoressa a dirle di piangere, e poi sua zia, sempre la stessa cosa. Ma lei non aveva mai pianto; neanche per il ghiacciolo aveva pianto, neanche per il braccio rotto in due all’asilo. Questa storia che doveva piangere la metteva in agitazione, e per anni e anni è stata sempre lì, a scuola, in palestra, in casa della zia Edda, alla spiaggia, a sentirsi di dover piangere senza riuscire a spiegare perché non le veniva. Mi ha detto che alla fine ci è riuscita ad accontentare gli amanti del piagnisteo. […]

È stata la sua cura, e dice che ha funzionato. Quando a diciott’anni è andata a studiare a Bologna, non le ha dato nessun particolare fastidio passare ogni mattina e ogni sera dalla sala dove a cinque anni aveva litigato per il colore di un ghiacciolo un attimo prima di perdere la sua famiglia. E per avere una prova irrefutabile della bontà della cura, è restata a vivere con la zia Edda per tutto il tempo dell’università, viaggiando in treno, come tanti dei suoi amici del mare. Lei calcola di essere passata dalla sala del ghiacciolo non meno di mille e duecento volte, senza mai provare qualcosa di speciale. Solo, ogni volta, si fermava un attimo davanti alla targa di pietra dove sono scritti i nomi di suo padre, di sua madre e di sua sorella. E già che c’era dava una scorsa a tutti gli altri nomi. Così che li ha imparati a memoria. E questa è la parte della cura che ha deciso di intraprendere di sua iniziativa.

La tranquillizza molto conoscere uno per uno tutti quelli che erano lì quella mattina mentre lei faceva i capricci. Le dà l’idea che fossero tutti li assieme, una grande famiglia che se ne andava a fare i bagni a Cesenatico dalla zia signorina. La mette a suo agio di poterli chiamare ciascuno con il proprio nome e ricordarsi di loro a quel modo tutte le volte che gliene viene voglia. Preferisce così: sapere di essere orfana di tutti quanti e ottantacinque; preferisce non fare preferenze.

Maurizio Maggiani

Lennox nella sua prigione, dopo il sequestro da parte delle autorità.

Stamattina è stato ucciso Lennox.
Lennox era un cane che viveva con una bambina disabile a Belfast, in una famiglia normalissima, regolarmente denunciato e accudito con amore. Aveva un problema, Lennox. Anzi, un “difetto”, secondo le autorità veterinarie della Municipalità di Belfast: era simile a un pit bull. Era un incrocio. Tutto qui. E per questa stupida ragione è stato condannato a morte, pur non avendo mai mostrato alcun segno di aggressività. A niente sono serviti gli appelli delle ultime settimane giunti da tutto il mondo e finanche dalla Regina Elisabetta. A niente sono servite le petizioni, inascolate sono rimaste le richieste di chi voleva adottare il cane in un Paese diverso dall’Irlanda del Nord. Niente da fare: questa mattina, forse con una iniezione letale (non si sa ancora con certezza), Lennox è stato ucciso. “Umanamente messo a dormire”: così ha scritto la Municipalità in una nota ufficiale.
Vittima del suo stare al mondo, vittima del suo corpo e dei suoi muscoli. Vittima del pregiudizio. È un episodio di puro razzismo, un infame modo di vedere le cose. Un retaggio lombrosiano poggiato su nulla, nemmeno sui pareri di veterinari e comportamentalisti che anzi giuravano sulla mansuetudine del cane e sulla sua dolcezza. Quali parole serviranno, e chi le troverà, per spiegare tutto questo alla bambina disabile?
Lennox era per la Municipalità di Belfast un mostro. Per questo è stato ucciso.
Niente di nuovo: in passato i mostri erano gli eretici, gli oppositori, gli anarchici, i comunisti. Venivano assassinati, bruciati, garrotati, ghigliottinati. Spesso al termine di processi, altre volte senza alcun processo. Oggi è stato ucciso Lennox. Non cambia molto rispetto agli orrori del passato.
Gli stupidi hanno bisogno di individuare mostri, ma solo per poterli eliminare avendo così l’impressione di vincerli. E siccome certi uomini sono, appunto, stupidi, vanno a cercare i mostri tra le vite che non si possono difendere o non riescono a difendersi, tra i deboli, tra gli inermi. Questa è barbarie ed è per questo che l’uccisione di Lennox riguarda tutti.